Frammenti di Tomàs

Tomas_particolare

«Speravo che si aprisse sotto di me un baratro, un inferno in cui nascondermi e da cui rinascere dopo molte generazioni.» In una città sul mare il sogno di un autocrate ambizioso e senza scrupoli sta per realizzarsi. L’apparizione di una nave misteriosa segna l’inizio di un’ondata di violenza che scuote la città fino alla sua distruzione. Sette personaggi ne raccontano gli ultimi eventi con punti di vista diversi. Ciò che li accomuna è il loro rapporto con Tomàs, un ragazzo scomparso all’improvviso proprio dopo l’apparizione della nave. Tomàs è il tassello mancante di una trama che vede coinvolti il passato dell’autocrate e l’organizzazione dei suoi oppositori. Sullo sfondo, una storia d’amore perduto dai risvolti inquietanti. Il romanzo Tomàs è l’ultimo libro di Andrea Appetito (Roma, 1971), che ha pubblicato le poesie di Cluster Bomb (2002) ed è presente sulle antologie Allupa allupa (2006) e Sorridi: siamo a Roma (2016); con Gianluca Solla ha scritto Senza nome, saggio breve tradotto in spagnolo e pubblicato nel libro collettivo El impasse de lo político (2011). Ha poi realizzato testi teatrali, sceneggiature, cortometraggi e docufilm. Di Tomàs hanno già apprezzato la «capacità di tenere insieme, di raffrontare armonicamente, il piccolo e il grande, l’universale e il particolare» (Laura Renzi, il manifesto, 30.082017), aspetto che si rafforza laddove la storia narrata è «carica di un’urgenza morale che la accosta e la fa dialogare con la Storia», realizzata attraverso minimi scarti e una scrittura «semplice e scarna» (Edoardo Zambelli, Nazione Indiana, 18.04.2017) eppure «incalzante e coinvolgente, molto cadenzata» (Antonio Veneziani,  Le monde diplomatique, marzo 2017). Ne presentiamo qui alcuni frammenti.

 

1. Nikolas

La collina, a Nord della Città, era il luogo preferito di Tomàs. D’inverno era spoglia e scivolosa. D’estate si riempiva di cardi. E c’era sempre vento. Sui sentieri abbandonati incontravamo spesso fagiani e lepri. A volte cinghiali, che uscivano dal bosco in cerca di cibo. Quando eravamo piccoli ci andavamo con Elias, il padre di Tomàs. Lui sapeva un sacco di cose sulle erbe selvatiche e sugli animali. Soprattutto sui rondoni. Si sedeva su una coperta di lana e rimaneva a fissarli per ore. Gli piaceva vederli volare. Ci sono molti uccelli – diceva Elias – ma solo i rondoni non toccano mai terra e per decollare si lasciano cadere nel vuoto. Ogni tanto Tomàs si sedeva accanto al padre. Allora io me ne stavo in disparte e li guardavo. Ero geloso e invidiavo quel loro amore.

Quando Tomàs aveva dieci anni suo padre morì. Tomàs e Anita, sua madre, si trasferirono nel Ghetto. Un quartiere periferico moderno, ma già vecchio. C’erano grandi palazzoni tutti uguali, costruiti in collina su una vecchia cava di pozzolana. Tomàs e Anita abitavano in un piccolo appartamento vicino alla zona elettrificata, che circondava la parte alta del quartiere. Lì la vita era più economica. Prima di allora io e Tomàs non ci eravamo mai separati. Mio padre ed Elias erano fratelli. Lavoravano al porto nella stessa cooperativa. Le nostre famiglie vivevano insieme, in un vecchio palazzo sul lungomare. Dopo la morte di Elias anche noi ci trasferimmo, ma andammo a vivere al Centro.

Quasi tutti i fine settimana andavo a trovare Tomàs. Prendevo il tram che faceva capolinea al Ghetto. Si arrampicava su un piccolo binario stretto e ripido. A un certo punto si vedeva il mare, sopra i muri bianchi delle vecchie case coloniche. A me quell’immensa distesa d’acqua mi angosciava. Mi sembrava senza tempo. Sempre uguale. D’estate, d’inverno. Una barriera insormontabile, come mio padre. A Tomàs invece piaceva. Forse era proprio il mare ad alimentare la sua voglia di andare via.

 

2. Karina

Per un mistero che non saprei dire, per una specie di incantesimo, non riuscivo a non perdonare Tomàs. Gli perdonavo tutto. Ero per lui una casa sempre aperta che voleva essere abitata. Ma Tomàs era come un bambino che aspetta in una stazione deserta l’arrivo di qualcuno che venga a prenderlo e portarlo lontano.

Quando suo padre morì lui e sua madre si trasferirono nel Ghetto. Tomàs si affezionò a Pietro, un vecchio portuale, che era stato amico di suo padre. Fu quel vecchio la persona che Tomàs aspettava. Venne a prenderlo e lo portò lontano. Gli trasmise la passione per il pugilato. Una cosa vietata in Città. Gli fece provare il gusto delle cose proibite. Io non capivo cosa ci trovasse di così affascinante in quel vecchio e in quello che gli insegnava. Non capivo quale gusto provasse Tomàs nel farsi picchiare dagli altri, più grandi e più grossi di lui. Credo che gli incontri di pugilato, che avvenivano di nascosto, fossero la sua maniera di entrare nel mondo al quale suo padre era appartenuto. Un mondo al quale anche Tomàs voleva appartenere e che si faceva entrare nel cuore a forza di pugni.

[…]

In quell’ultima notte che passammo insieme Tomàs non mi disse nulla. Non mi disse che era stato al Comune e che aveva consegnato la domanda di emigrazione. Ed io non gli chiesi nulla. Avevamo paura della verità, tutti e due, e quando avevamo paura l’unica risorsa per sopravvivere erano i nostri corpi. Prima che fosse l’alba Tomàs si alzò per uscire. Gli chiesi mezza addormentata dove stesse andando così presto. Mi disse che lui e Nikolas avevano avvistato una nave, immobile all’orizzonte, davanti alla nostra Città. Gli chiesi se per caso fosse quello il mezzo che aveva deciso di prendere per fuggire di nascosto. Lui ammutolì. L’avevo colpito giusto dove volevo. Ora doveva sentirsi una merda, per il resto della giornata. Mi rimisi a letto e lui se andò senza dire una parola. Ma non riuscii più a prendere sonno.

 

3. Anita

Prima che Tomàs nascesse avevo due uomini. Amavo entrambi, ma loro non lo sapevano. Uno era Elias e l’altro suo fratello. Luka. Avevo appena cominciato ad insegnare nella scuola del porto. Ero molto giovane. Quando rimasi incinta, prima che la gravidanza fosse visibile, lasciai la Città. Senza avvertire nessuno. Né la scuola, né Luka, né Elias. Tornai nel villaggio in cui ero nata. Dove vivevano ancora i miei genitori. Al settimo mese mi ricoverarono d’urgenza. Rischiavo di perdere il bambino. Invece nacque. Era piccolissimo, ma strillava come un ossesso. L’ostetrica lo guardò sorridendo e mi disse che certamente ce l’avrebbe fatta. Il bambino era tutto congestionato. Allora lo portai al petto e lui cominciò a succhiare. Un anno dopo morirono i miei genitori. Li seppellii nella loro terra. Vendetti la loro casa e decisi che saremmo tornati in Città. Tomàs aveva appena imparato a camminare. Volevo che avesse un padre.

Per tutto il viaggio di ritorno pensai a Luka e ad Elias. Ero sparita all’improvviso e all’improvviso ritornavo. Dovevano essere molto arrabbiati con me. Immaginavo che non mi avrebbero accolta bene. Forse avevano scoperto la verità. Forse avevano una famiglia loro. Non avevo molte possibilità. Dovevo scegliere chi avrei incontrato per primo. Elias era il più generoso, ma l’uomo che desideravo di più era Luka. Arrivata in Città chiamai Elias. Pensai che sarebbe stato per Tomàs un ottimo padre. Il telefono era sempre lo stesso. Questo fatto mi rincuorò. Gli diedi appuntamento alla stazione. A quei tempi funzionava ancora. All’ingresso c’era uno splendido caffè. Un posto in cui io ed Elias non eravamo mai stati e dove sicuramente non avremmo incontrato Luka.

[…]

L’ultima volta che vidi Tomàs fu in casa. Mi feci trovare sveglia al suo rientro. Erano le quattro del mattino. Rimanemmo seduti per un po’ attorno al tavolo della cucina. Sentivo tutto il suo imbarazzo e la fretta di andare a chiudersi nella sua stanza. Mi alzai e cominciai a preparargli una colazione, con tutto quello che gli piaceva. Un dolce d’avena, il pane tostato, una frittata. Lui mangiava ed io lo guardavo in silenzio. Mi sembrava abbattuto, ma non chiesi nulla. Avevo paura di rovinare quel momento. Doveva aver litigato con Karina. Lei mi chiamava spesso al telefono. Parlava a lungo ed io l’ascoltavo. Non mi sono mai opposta al loro rapporto. Ho sempre fatto finta di credere che fosse solo un amore infantile, che prima o poi sarebbe finito. Negli ultimi tempi litigavano quasi tutti i giorni. Lei mi ripeteva al telefono che non riusciva ad immaginare una vita senza Tomàs. Neanch’io.

 

4. Shlomo

Karina mi conosceva. Mi aveva visto sicuramente tante volte nella taverna. Grazie al padre potevo mangiare lì a sbafo. Una volta al giorno. Era stato uno dei suoi rari slanci di generosità. Vedevo spesso la ragazza ed era impossibile che lei non vedesse me. Ma non mi aveva mai rivolto la parola e non mi aveva mai degnato di uno sguardo. Come tutti, del resto, in Città. Mentre io la guardavo. Eccome. Soprattutto durante l’ora di pranzo. Quando rimaneva da sola in ufficio e lasciava la porta aperta. La vedevo sfilare da una stanza all’altra, nei suoi tubini attillati. Ogni tanto si fermava davanti alla porta e si aggiustava il vestito. Alla ragazza piaceva essere guardata. Eccome.

In quel momento, vicino al mio tavolo, lei mi ignorava. Teneva la mano di Tomàs e la tirava. Sembrava che volesse allontanarlo da lì. Come se fossi un appestato. Ma Tomàs non le faceva caso e continuava a fissarmi. Non riuscivo a capirci molto. Era come se mi parlasse con gli occhi. Un pezzo del mio passato tornava a guardarmi con la faccia di Tomàs, con gli occhi di quel ragazzo. E non c’era rabbia, non c’era disprezzo. Per la prima volta nella mia vita mi sentivo degno di stare tutto quanto dentro gli occhi di un uomo. Non so quanto durò. Poi mi salutò. Ciao Shlomo. Dopo la morte di mia madre nessuno mi aveva chiamato più per nome. Nemmeno mia moglie. Alla fine Karina lo trascinò via e uscirono di corsa. Li seguii con lo sguardo, mentre correvano per prendere l’ultimo autobus che portava al Centro. Uscii. Anch’io. E mi fermai sul marciapiede. Sotto una grande magnolia fiorita. Mentre il bus si allontanava. Mi sembrava che Tomàs in piedi, in fondo all’autobus, mi guardasse ancora e sentivo la voce di mia madre che ripeteva il mio nome. Ciao Shlomo.

 

5. Burgos

Tomàs era il figlio di Elias Stratos, il fratello del Signor Stratos. Quando Tomàs era molto piccolo suo padre morì, per una disgrazia. Il Signor Stratos allora si prese cura di lui. Lo accolse nella sua casa, come un figlio. La madre di Tomàs aveva una pessima fama. Faceva la maestra elementare, ma era stata cacciata da tutte le scuole della Città. Era faziosa e aveva atteggiamenti scandalosi. Alla fine l’ufficio istruzione l’aveva relegata nella scuola del porto. Lì aveva conosciuto Elias. Dopo la morte del marito e la chiusura del porto si trasferì nel Ghetto, trascinandosi dietro il figlio. Da quel momento Tomàs cominciò a frequentare cattive compagnie. Lo vedevo scorrazzare spesso per il Centro con una banda di piccoli teppisti del Ghetto. Si vestivano e parlavano tutti alla stessa maniera. Dovetti intervenire più volte per fermarlo e portarlo in caserma prima che combinasse qualche grosso casino. Quando questo succedeva chiamavo subito il Signor Stratos e lui veniva di persona a riprendersi il nipote. Nonostante tutto continuava a trattarlo come se fosse uno dei suoi figli. Con un affetto e una pazienza particolari. Non ho mai capito il perché. Fatto sta che Tomàs entrava e usciva dalla casa del Signor Stratos con una certa libertà. E non faceva solo quello.

Tomàs aveva una relazione con la figlia del Signor Stratos, una ragazzina instabile, attaccata al padre in modo morboso. Era gelosa se non riceveva dal Signor Stratos le attenzioni a cui era abituata oppure se lo vedeva in compagnia di altre donne. In tutti e due i casi aveva preso l’abitudine di provocarlo amoreggiando col cugino in maniera sfacciata. Karina era l’unica persona in grado di mandare su tutte le furie il Signor Stratos. Non l’ho mai visto perdere il controllo in maniera così plateale come quando litigava con la figlia. Diventava un altro uomo, perdeva la sua calma proverbiale, si lasciava trasportare dalla rabbia e diventava fragile, impulsivo.

Pietro lo sapeva. Lui era a conoscenza del punto debole del Signor Stratos, grazie a Tomàs. Il ragazzo parlava poco, non si confidava con nessuno. Il vecchio era l’unica eccezione. Era il suo istruttore. Gli aveva inculcato la passione per il pugilato. Ogni giorno il ragazzo saliva sul ring e faceva tutto quello che il vecchio gli diceva. Voleva diventare un grande pugile. Lo so, perché avevo un infiltrato nel Ghetto. Era una mia iniziativa. Il Signor Stratos non ne sapeva nulla. Ma dovevo vigilare. Il ragazzo sapeva un sacco di cose sulla vita privata di suo zio. Figuriamoci se il vecchio non ne approfittava. Sono certo che fu proprio lui a convincerlo che non faceva niente di male ad assecondare le attenzioni della cugina. Quel demonio aveva capito che Karina poteva diventare un’arma puntata contro il Signor Stratos, una bomba in grado di farlo esplodere da un momento all’altro.

 

6. Švec

Quando vidi Tomàs per la prima volta portava i calzoni corti, un po’ di peluria sulla faccia brufolosa e due trecce di capelli rossi che gli finivano sulle spalle. Sembrava una bambina con qualche problema ormonale. Per tranquillizzarmi mi disse che non si sarebbe mai tagliato i capelli. Anche i barbari portavano i capelli lunghi. Mentre parlava mi scrutava un po’ deluso e un po’ rassegnato. Continuò a guardarmi così per qualche settimana. Doveva considerarmi un uomo davvero dozzinale. Ad ogni modo il piccolo barbaro divenne il mio aiutante. Ascoltava con attenzione e imparava in fretta. Non gli dispiaceva lavorare, ma quando gli ordinavo di fare qualcosa rimaneva immobile come un geco. Allora dovevo cambiare tono di voce e riformulare l’ordine in maniera molto gentile. In questo modo lui ricominciava a muoversi. Era da quando avevo la sua età che non mi relazionavo con un ragazzino. Col tempo ci abituammo l’uno all’altro. Dopo un paio di mesi mi presentò sua madre, la vedova di Elias Stratos. Una donna assente. Come se non fosse viva da un pezzo. Un po’ alla volta Tomàs mi fece conoscere tutto il mondo che ruotava attorno a lui. Quel ragazzino era così popolare che presto familiarizzai con tutto il Ghetto. Dopo il mercato tornavo a casa, in albergo. Rimanevo giusto il tempo di farmi una doccia, mangiare qualcosa e ripartire in barca. Il sabato mattina puntualmente spedivo la mia relazione al Dipartimento.

 

7. Luka

Dopo la chiusura del porto mi riavvicinai ad Anita. Quell’idiota di mio fratello era morto schiacciato su una banchina. Aveva fatto la stessa fine di nostro padre. Anita era ancora giovane. Riempiva certi momenti di solitudine che avevo. Fu lei a chiedermi di vivere insieme. Fania era in manicomio e sembrava destinata a rimanerci. Anita sperava di prendere il suo posto. L’accettai nella mia casa ma solo come bambinaia, come domestica. E se volevo come puttana. Ma non l’avrei mai più amata. Mai più. Come prima.

Tomàs era geloso di me. Se ne stava sempre appiccicato alla madre. E ringhiava quando mi avvicinavo. Nikolas aveva una specie di venerazione per Tomàs. Lo imitava in tutto e male. Non era mai alla sua altezza. Nikolas era senza palle. Apatico. Fania lo aveva allattato al seno. Che cosa potevo aspettarmi da una donna drogata di clozapina? Solo un figlio che sarebbe diventato un’ameba. Nikolas non aveva volontà, né ambizione. Si vedeva subito che era destinato a una vita banale. Non aveva qualità. Era contro di me e al tempo stesso mendicava in continuazione il mio affetto. Non era neppure capace di odiarmi davvero.

Karina invece era tenace e ambiziosa. Almeno da bambina. E mi adorava. Cercavo di tenerla il più possibile lontana dalla madre. Per questo gliel’avevo tolta appena nata e l’avevo fatta allattare artificialmente. Non volevo che anche il sangue di mia figlia si riempisse di clozapina. Cercavo di tenerla lontano anche da Anita e da Tomàs. Karina era la mia bambina. L’unica che mi amasse davvero. Tutte le sere prima di addormentarsi mi aspettava nel suo lettino. Era la mia fatina. Io mi sdraiavo accanto a lei. L’accarezzavo. E lei mi accarezzava. Le piaceva coccolarmi. Un giorno avremmo guidato insieme una Città nuova. Io sarei stato il re e lei la mia regina.

 

Tomas
Andrea Appetito, Tomàs, Effegi Edizioni, Roma 2017, pp. 170. EAN 9788897648741

 

 

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