La clonazione dalle pecore a Dio (passando per Berlusconi)

riflessi

La notte in cui fu clonato il presidente. Un controverso concorso letterario. Berlusconi, la biopolitica e il corpo immortale del sovrano. La clonazione come meccanismo istituzionale. Breve descrizione dei quindici racconti pubblicati. Semantica e pratica della clonazione. La riproduzione per talea, la pecora Dolly, le cellule staminali. La medicalizzazione della vita ed il corpo oggettivato delle scienze. Fumetti esemplari: L’Incal e Spider-man. L’impossibile identità con se stessi. Antinori, Ben Abraham e la clonazione di Abramo e Gesù. Viaggio per reliquie da Macphelah a Calcata. La parusia televisiva di Pat Robertson e Gerard Straub. Michael Cordy: La stirpe del miracolo. Breve storia dei Concili più decisivi. Monoteismi e pluralismi. Apocalisse e apocatastasi. Il corpo sociale da S. Paolo a Debord. Baudrillard, i simulacri e la duplicazione della realtà. Berlusconi clone di se stesso. Comprate il libro.

 

1. Morti negate e vicende impossibili

Nel 2010 fu promosso da parte delle Edizioni Noubs il concorso letterario La notte in cui morì Berlusconi, ignorando che in rete, nello stesso periodo, sotto la dizione “Uccidiamo Berlusconi” si stavano raccogliendo fantasie e deliri, tanto di italiani che probabilmente non apprezzavano particolarmente le gesta e le imprese dell’allora presidente del consiglio, quanto di altri italiani che invece facevano scudo attorno alla sua persona per preservarne l’incolumità fisica e salvaguardarne, oltre l’immagine, l’immortalità. In un modo sin troppo coerente con il clima che si intendeva denunciare, l’intento culturale dell’iniziativa è stato ampiamente disconosciuto e l’idea si è rivelata, come forse quasi tutti i fatti legati al cavaliere di Arcore, motivo di polemiche e di scandalo. I quotidiani Il Giornale e Libero attaccarono l’iniziativa come se fosse davvero opera di criminali oppure istigazione a delinquere, mentre il ministro Frattini denunciò che, oltre all’ostilità di siti, blog e Facebook, e dopo l’accanimento di giornali e riviste (!), era accaduto perfino che un editore avesse promosso un concorso sulla morte dell’allora premier.

Insomma: la letteratura, che per definizione dovrebbe essere esente da cadute di stile, venne ammessa alla corte del gossip. Un concorso letterario finì sulle pagine dei quotidiani nazionali, ricevendo un trattamento ormai solitamente riservato alle escort che, com’è noto, sono molto più importanti. Pagine ancora né scritte né pensate sono diventate oggetto di polemica. Forse, la società è talmente vuota che la pagina bianca è oggetto di interesse più di quella scritta. Probabilmente, il vuoto delle pagine si riempie per automatismi che nulla hanno a che fare con ciò che è scritto.

Di sicuro, qualcuno è capace di leggere oltre le righe bianche, perché non sa interpretare quelle nere; ma se di analfabetismo non si muore, a furia di leggere nelle righe bianche si diventa ciechi. Inevitabilmente, in questa cecità diffusa, l’idea è stata sballottata tra l’isterismo dominante dei media tradizionali e la banalità prevalente dei social network, espressione di uno stato di “confino” nel sensazionalismo fine a se stesso, investita in pieno da un clima paranoico nel quale non si riesce più a distinguere la realtà dall’immaginario, e dove la superfetazione della realtà virtuale ha ingoiato quella “naturale”, riducendo grossomodo il comune quotidiano ad un post scritto male.

I mass media costituiscono ampiamente i cosiddetti fatti e ciò è accaduto non soltanto per difetto della impopolarissima capacità critica o per una diffusa incapacità di distinguere tra fatto e fattualità massmediatica. Quella che molti ancora chiamano “vita” rimane confinata nei pixel di qualche schermo, su una superficie patinata e fluttuante, per la quale esiste solo l’apparenza e tutto ciò che accade è illusione. Con questo dobbiamo fare i conti, questo dobbiamo raccontare; considerando tale condizione, la parola “clonazione” è venuta da sé.

Dove il potere abusa di se stesso al punto di negarsi la morte, si affaccia la strana idea di una biopolitica capace di implicare una sorta di immortalità biologica del corpo del “sovrano”: inevitabilmente ciò ci mette di fronte all’idea della clonazione, vista anche come meccanismo di riproduzione proprio alle istituzioni. Questa sembra davvero l’ipotesi più plausibile, laddove il ricambio di potere sembra di fatto impossibile e a chiunque entri nella stanza dei bottoni non rimane altro da fare che riprodurre lo status quo.

La soluzione è stata, in qualche modo, profetica, anticipando la scelta dell’ex presidente tornato in scena a fine 2012 dopo circa un anno di assenza quasi “autoclonandosi”. Tale circostanza si è compiuta attraverso un complesso rituale: prima il cavaliere ha annunciato di voler compiere un “passo indietro” nelle candidature ad incarichi istituzionali, poi ha ricevuto una condanna a quattro anni per frode fiscale rispetto alla compravendita dei diritti televisivi Mediaset, infine ha rotto la propria eclisse dalla scena pubblica rilanciando e ribadendo il proposito di «restare in campo». I modi sono stati piuttosto aggressivi e controversi, alternando enigmaticamente nelle dichiarazioni il «passo indietro», il «passo di lato» e il «passo avanti» come in una danza (forse quella del bunga bunga?).

In pochissimi giorni, mentre proseguiva nel consueto cerimoniale di insulti con la magistratura, Berlusconi è passato dall’elogio e dall’assimilazione del premier Monti a compierne una critica radicale e senza scampo, provocandone le dimissioni e determinando quindi nuove elezioni. Il resto è cronaca, come sempre televisiva ed elettorale al contempo, avviatasi con la gettonatissima partecipazione alla trasmissione Servizio pubblico condotta dallo storico rivale Santoro, a suo tempo colpito dal famigerato “editto bulgaro”, e poi coronatasi in una sorprendente tenuta della sua posizione alla competizione elettorale.

Infatti, il lungo stallo si è addirittura risolto a pieno favore del partito di Berlusconi laddove il “clone buono” Angelino Alfano siede sulla poltrona del premier. Nonostante alcuni cambiamenti di proporzioni e scenari, il decisivo ingresso di un altro personaggio mediatico come Beppe Grillo, a sua volta sorta di “clone cattivo” del cavaliere, nell’ultimo ventennio lo schema di successione degli eventi si è accompagnato ad una situazione che, al di là di giravolte e controversie, sembra piuttosto sospesa rispetto agli esiti effettivi. Infatti, tante attese ed innumerevoli sorprese, tra le quali la “clonazione” del presidente della repubblica Napolitano, ci hanno riportato con il governo Letta, ad assistere anche a quella della buona vecchia cara Democrazia Cristiana. Arrivati al punto di constatare quanto l’immobilismo italiota prevalga su ogni tumultuoso cambiamento, tanto valeva duplicare il solido DNA della buonanima di Andreotti, prezioso tanto per le memorie segrete quanto per le evidenti capacità, e non aprire nessuna parentesi. Il resto è cronaca.

La raccolta di racconti, che oggi vede finalmente la luce sotto il titolo La notte in cui fu clonato il presidente offre un’attenta selezione degli oltre cinquanta contributi giunti in risposta al bando, ed include anche alcuni dei racconti che fanno riferimento alla primitiva versione del concorso ed altri forniti in tempi più recenti; tali soluzioni, oltre ad essere motivate dal dovere di documentazione e dal rispetto delle opinioni altrui e della libertà di espressione, sono state rese inevitabili dal fatto che molti interventi hanno associato le due diverse ipotesi in una stessa continuità di eventi. Come potrà essere evidente anche ad una lettura superficiale, nessuno dei racconti presenti, nei quali i riferimenti nominali sono stati alterati anche per evidenziarne le caratteristiche fantastiche, sembra attuare soluzioni per le quali possa realisticamente configurarsi qualche ipotesi di reato. Del resto, così come morire è qualcosa che accade indipendentemente dal nostro volere ma con la quale però dobbiamo obbligatoriamente fare i conti, anche la clonazione umana è proibita, ma se ne può tranquillamente parlare.

Le quindici narrazioni comprendono l’allucinante e arguto conflitto di cloni di Mauro Prandelli, il surreale convito paranazista da post-bunga bunga di Gianluca Morozzi, i sorprendenti e divertenti risvolti apocalittici-edonistici di Francesco M. De Collibus, le agghiaccianti confidenze della segretaria di Maria Dell’Anno, l’impossibile identità con se stessi rappresentata da Arduino Capanna, la clonazione metaforica evocata nei ricordi d’infanzia di Gioacchino De Padova, il consesso di potenti sin troppo realistico di Cristina Ghezzi, il remoto avvenire di irrimediabile sconfitta delineato da Francesco Cusa, la paradossale costruzione metaletteraria di Srećko Jurišić, lo sdoppiamento di personalità senza nessuna possibile sintesi di Tessa Marzotto e Antonio Pignatiello, il futuro quotidiano iperconsumistico e definitivamente illogico di Claudia Mancosu, la riflessione politologica su una democrazia insignificante di Adriano Marchetti, la grottesca sineddoche testicolare di Guido Pacitto, il vivace e polifonico divertissiment di Michele A. Ghilotti, e il realismo psicotico del virus di cloni, elaborato da me, ideatore e curatore del concorso e di questa antologia.

Per tutta questa assurda faccenda, ai postumi (e ai lettori) l’ardua sentenza. Ma cos’è effettivamente la clonazione?

 

2. Clonazioni e riproduzioni

La clonazione (da klon, ramoscello) è un processo di duplicazione per riproduzione asessuata del patrimonio genetico di una cellula o di un organismo. In natura avviene per alcuni organismi unicellullari, per alcuni invertebrati come gli anellidi (tra i quali i lombrichi) e per alcune piante (ad esempio, attraverso la tecnica delle talee). In ingegneria genetica molecolare e in biotecnologia la parola può indicare la riproduzione di tratti di catena di DNA secondo un procedimento chiamato anche fissione gemellare, il quale interviene sulle cellule nelle prime fasi dello sviluppo embrionale, quindi nel momento in cui la loro non specializzazione gli permette di svilupparsi in qualsiasi direzione, compresa quella di un organismo intero.

Nella genetica moderna la clonazione consente di riprodurre copie geneticamente identiche di organismi viventi. Consiste nel creare ex novo un vivente provvisto delle stesse informazioni genetiche dell’individuo di partenza attraverso il prelevamento ed il trasferimento del nucleo di un somatocita (cellula somatica) dell’organismo da clonare in una nuova cellula uovo della stessa specie. La grande maggioranza dei tentativi di clonazione animali ha dato come risultato un embrione deformato, oppure un aborto. La prima clonazione animale riuscita è stata la pecora Dolly (1996-2003), compiuta da Ian Wilmut, l’unica ad aver avuto vita su 277 esperimenti. Il fatto ha determinato un ampio dibattito sulla questione, dal quale è emerso che la clonazione vegetale e animale è reputata accettabile solo se indirizzata alla realizzazione di un effettivo bene umano e ambientale, e in particolare terapeutico, se non è riducibile esclusivamente in termini di lucro commerciale, se non porta sofferenze inutili sugli animali e se non implica rischi per la biodiversità.

Nessuna applicazione pratica della clonazione può riguardare gli umani. Chiaramente non avrebbe alcuna utilità, perlomeno non ancora, per tutelare la biodiversità e la conservazione di una specie in via d’estinzione. Non ci sarebbe nessuna necessità di fissare caratteri ottenuti per incroci e selezioni. Non è consigliabile per sostituire la modalità riproduttiva, anche quando evenienze come castrazione o sterilità la rendono impossibile. Sembra poi, come minimo, moralmente ambigua l’idea di inserire negli organismi ottenuti per clonazione geni utili a produrre molecole per la cura di patologie umane.

Le pratiche di clonazione sul patrimonio genetico umano, generalmente ammesse, seppur non da tutti, riguardano gli interventi a carico dell’intero genoma, con la possibilità di disporre delle “informazioni” sull’essere umano. Le finalità terapeutiche di questo processo devono avere per obiettivo non la clonazione di un essere, ma quella di tessuti o di singoli organi.

Infatti, dagli embrioni umani prodotti in laboratorio si ottengono cellule staminali che possono agevolare la cura di patologie come l’artrite reumatoide, il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer. Embrioni provvisti del corredo genetico del paziente permettono di ottenere una cultura di cellule staminali autologhe, quindi compatibili con il corpo del paziente. L’embrione così generato sarebbe distrutto al quinto giorno del suo sviluppo, in modo da utilizzare le cellule autologhe per consentire la riparazione degli organi danneggiati. Tale pratica è legale in Inghilterra e negli Stati Uniti ed è proibita in Italia, anche per le pressioni del Vaticano. Nei suoi termini generali il problema, oltre ad essere religioso, è anche etico, in quanto la clonazione terapeutica porterebbe a considerare definitivamente il corpo umano come una macchina composta di pezzi adibiti alla ricerca scientifica, nonché al commercio, contribuendo in maniera decisiva alla medicalizzazione della vita e al prevalere degli interessi delle lobby mediche sulla vite dei pazienti.

La clonazione di un intero individuo con finalità riproduttiva rientra nell’eugenetica, ed è esposta a tutte le osservazioni etiche e giuridiche del caso. Vietata dal G7 del 1997, è stata respinta da tutti gli stati e da tutte le organizzazioni transnazionali. Tuttavia, non esistono norme in grado di determinare precise sanzioni al divieto di clonazione, e negli Usa una legge federale contro la clonazione riproduttiva è del tutto assente a causa della sua assimilazione a quella di ricerca, avallata in maniera diversa sia dai fautori che dagli avversari dell’utilizzo delle cellule staminali. Ulteriori distinzioni sussistono in ambedue i fronti, facendo comprendere quanto sia necessario approfondire il dibattito per individuare le soluzioni effettivamente utili al bene comune.

Un punto sembra comunque piuttosto chiaro, per quanto la sua discussione sia piuttosto controversa. Infatti, laddove le moderne tecnologie permettono di costituire uteri artificiali, che consentono la creazione “in laboratorio” dell’essere umano, la clonazione costituisce una radicale manipolazione, tanto nell’aspetto biologico quanto in quello relazionare, della costitutiva complementarietà di uomo e donna, base della procreazione umana e della trasmissione genaologica. Tuttavia, tale aspetto può essere sminuito da presunte emancipazioni, ampiamente conformi ad una società che costruisce i propri consumi e accessi sugli interessi di una scienza intenzionata a determinare interamente una “natura” più manipolabile di quella che siamo in grado di percepire. Insomma, rispetto alla fecondazione assistita, le coppie sterili e quelle omosessuali potrebbero ragionevolmente evitare di subordinare il loro desiderio di costituire un nido a soluzioni che implicano interessi molto più in là delle proprie dinamiche affettive.

Per quanto riguarda invece la clonazione umana riproduttiva, pur volendo fare a meno di considerazioni etiche e limitandosi ad osservare la questione negli aspetti strettamente scientifici, la sua realizzazione è tecnicamente di grande difficoltà e comporterebbe rischi enormi. Laddove riuscisse, ci sarebbero dei risvolti decisivi in relazione alla dignità della persona clonata, venuta al mondo in virtù del suo essere semplice “copia” di un altro essere, anche se soltanto in senso biologico. Il dibattito sull’argomento spesso rimuove che ormai sia piuttosto comune concepire un divorzio tra sesso e riproduzione, le cui implicazioni, oltre agli usi della sessualità, arrivano a riguardare impiego e costituzione della stessa corporeità, per comprendere la quale può aiutarci la prospettiva della fenomenologia di Husserl che distingue nel corpo la concretezza vivente (Leib) dalla semplice fisicità (Korper), oggettivata e definita dalle scienze ormai prive di rapporto con la soggettività umana e i suoi fini.

Osserviamo come le problematiche di un corpo sottoposto a riproduzione “oggettivata” siano state affrontate da una narrativa in sintonia con le possibilità dei tempi, quali quella fumettistica. L’idea di una “clonazione presidenziale”, e quindi dell’autoriproduzione del potere e del suo aspetto pubblico, è stata rappresentata da Alejandro Jodorowsky e Moebius ne L’Incal (edizione integrale, 2008), mettendo in evidenza il passaggio tra “corpo entrante” e “corpo uscente”. Invece, l’inquietante interrogativo di individui che rimandano indefinitivamente l’uno all’altro è stato affrontato nelle storie di Spider-man nella seconda saga del clone (1992-1994), scritta principalmente da Tom De Falco e J. M. DeMatteis, mettendo in evidenza con toni di grande pathos le problematiche dell’identità personale e di come questa, più che un dato, costituisca una scelta e un compito.

Infatti, l’arco di volta della vicenda consiste nella rivelazione che l’Uomo Ragno originale fosse quello ritenuto il clone e che uno dei cattivi più cattivi in circolazione fosse invece un altro clone degenere. L’originale soluzione è stata ulteriormente sovvertita, e in seguito ne sono state anche offerte diverse varianti. Tra queste, quella scritta da Brian M. Bendis per Ultimate Spider-man (2006-2007) ridefinisce ampiamente ruoli e sviluppi della vicenda, approfondendo anche le implicazioni politiche e l’ipotesi bioingegneristica di una vera e propria guerra genetica, dimostrando ancora una volta quanto la fantasia può stimolarci nella comprensione della realtà.

Tutti quelli che sull’“identità” di questo e quello pretendono di fondare ogni tipo di rivendicazioni potrebbero impiegare più proficuamente il tempo a leggere buoni fumetti, traendo spunto per riflettere sul fatto che addirittura la stessa uguaglianza di patrimonio genetico non comporta necessariamente l’identità di destino. Come altrove ho già espresso, possiamo considerare che di ogni cosa è vero l’opposto.

 

3. La clonazione tra Dio e il nulla

Tuttavia, il nostro mondo è sempre più assurdo di quello della fantasia. Nell’aprile del 2001 il genetista italiano Severino Antinori e il suo collega israeliano Avi Ben Abraham dichiarano di essere in grado di effettuare clonazioni. L’anno successivo Antinori riferisce che tre donne erano incinte di un embrione clonato. Se di tale notizia si sono poi perse le tracce, sappiamo che Ben Abraham già dal 1993 aveva suggerito di clonare personaggi quali Abramo e Gesù, come ricorda lo scrittore ebreo russo e filopalestinese Israel Shamir negli articoli raccolti su Carri armati e ulivi della Palestina (2002).

Da Shamir veniamo anche a conoscenza che sono state asportate parti della Sindone di Torino. La prima pubblica ostensione documentata della reliquia risale soltanto al 1357, e pertanto risulta piuttosto forzata, oltre che inutile per eventuali fini di dottrina e fede, l’ipotesi che sia contemporanea a Gesù; pertanto è anche semplicistica la sua identificazione con il Mandylion di Edessa, reliquia del Volto di Cristo che ha avuto lunga importanza a Bisanzio e della quale copie sono ancora diffuse, soprattutto a Roma, Lucca, Genova e Manoppello. Quindi non è dato sapere cosa effettivamente potrebbe risultare dalla clonazione del DNA asportabile dalla Sindone e sarebbe davvero imbarazzante se ci trovassimo di fronte il Maestro dei Templari Jacques de Molay, le circostanze della cui scomparsa hanno permesso il formularsi di teorie piuttosto controverse.

Sempre Shamir ci informa che sono stati prelevati anche alcuni frammenti di ossa dalla Tomba di Macpelah, la Grotta dei Patriarchi sita vicino Hebron, leggendario accesso al Giardino dell’Eden, dove sarebbe sepolto pure Abramo. Figura rivendicata da tutti e tre i monoteismi, Abramo è comunque caratterizzato, come ben vide Hegel, da una certa asocialità, e di fatto ascolta solo Dio, o chi per lui: forse, sarebbe meglio che gli umani lo lasciassero in pace.

Inoltre, nel 1970 è scomparsa da una chiesa di Calcata nel Lazio la reliquia del prepuzio di Cristo: questa, apparsa solo ai tempi di Carlo Magno, e fino al Sacco di Roma custodita a S. Giovanni in Laterano, in realtà rappresentava soltanto uno degli otto presunti prepuzi di Gesù in circolazione, per quanto in tempi in cui il culto delle reliquie era riconosciuto e promosso fosse quello più caro ai devoti. Tuttavia, anche prescindendo dal fatto che gli ebrei gettassero via i prepuzi asportati, e pur ammettendo che qualcuno lo abbia conservato, sembra piuttosto sensato che, tra otto, almeno sette appartengano ad altri.

Ad ogni modo, non è dato sapere dove tutti questi singolari reperti possano ora essere custoditi: potremmo anche ipotizzare siano in qualche laboratorio, tempio di una scienza affine alla religione nella sua pretesa di dominare l’assoluto, in attesa di essere impiegati per realizzare qualche clonazione funzionale ad allestire per bene la Seconda Venuta di Cristo, chiamata anche Parusia (“presenza”). Infatti, al di là delle raffinatezze di pensiero che da Plotino a Giorgio Agamben hanno impegnato anche filosofi non cristiani, la Parusia è concretamente attesa in tempi brevi e fortemente caldeggiata, seguendo pedissequamente le Lettere di S. Paolo e l’Apocalisse di S. Giovanni, dalle sette cristiano-sioniste americane, tra i cui ferventi seguaci troviamo anche i presidenti Reagan e Bush Junior.

Per l’evento da tempo si stanno muovendo troupe televisive, predicatori e fedeli. Infatti, già nel 1979 il telepredicatore Pat Robertson discuteva con il suo direttore di produzione Gerard Straub riguardo al God’s Secret Project, progetto delle riprese della Seconda Venuta di Cristo da realizzare a Gerusalemme, di cui da tempo sono stati discussi tutti i dettagli tecnici e finanziari. Consideriamo inoltre che per Robertson, anche ex-candidato alla presidenza, la televisione sarebbe niente di meno che il compimento della profezia contenuta nelle parole “andate e ammaestrate tutte le genti” (Matteo 28,19).

Il ritorno di Cristo nella variante di un suo clone è il tema su cui si costruisce il romanzo La stirpe del miracolo (1997), scritto dall’ex esperto di marketing Michael Cordy. Il ricercatore genetico premio Nobel Tom Carter deve impiegare le sue conoscenze per salvare la figlia malata di cancro; attraverso il recupero di alcune reliquie e l’oscura setta fondamentalista Fratellanza della Seconda Venuta cerca di decodificare il DNA di Gesù Cristo, significativamente definito in quarta di copertina «il più grande guaritore di tutti i tempi». Nel romanzo, dopo aver assicurato la sostanziale aderenza del progetto ai dogmi sul Cristo storico, si chiarisce anche qual è la base su cui può muoversi il rapporto tra marketing e teologia: «non c’è nulla nella tua religione, che ti dice come Dio abbia trasmesso la propria divinità a suo figlio. (…) Cristo può essere stato veramente Dio incarnato. Dio fattosi carne.» Effettivamente, la questione dell’incarnazione non è mai stata definitivamente “risolta”, se una risoluzione può essere necessaria, nemmeno dai Concili che hanno definito il Cristianesimo, dei quali è opportuno citare quelli più decisivi.

Nicea anno 325: si afferma l’incarnazione di Dio “consustanziale” a Cristo, contro gli ariani per cui Gesù ha solo natura umana. Calcedonia anno 451: si delibera che la Madonna sia la madre di Dio – Theotòkos – e quindi la “mescolanza” delle nature umana e divina in Cristo, contro i nestoriani per cui sono distinte, e i monofisiti per cui esiste esclusivamente quella divina. Costantinopoli anno 681: si stabilisce la dottrina delle due volontà di Cristo, contro i monoteliti che ne ammettono soltanto una. Tuttavia, le ragioni avverse possono ancora mantenere una validità, rimanendo implicite nella grande varietà dei culti della fede cristiana, provvista di una sorta di sospensione concettuale che permette un articolato rapporto tra contingenza e necessità, conferendo la capacità di adattarsi continuamente a circostanze sempre mutevoli, come mostra in maniera esemplare il Cattolicesimo.

Ne La stirpe del miracolo la scienza sostituisce Dio e lo ricrea, esternando in questo modo la proliferazione di mezzi privi di scopo alla base del corto circuito della nostra cultura. Tuttavia, il romanzo risulta consustanziale a questo meccanismo ed è incapace di indagarlo, snodandosi pertanto senza particolari prodezze linguistiche, descrittive, concettuali o documentarie, mettendosi sull’onda delle parusie televisive e adattandosi al mercato per forma e sostanza. Per la trovata dell’idea della clonazione di Dio, il libro è stato definito dal Mail on Sunday un incrocio tra Jurassic Park e I predatori dell’arca perduta, e la Walt Disney ne ha comprato i diritti per una cifra record. Il nostro uomo di marketing prestato alla narrativa non ha tuttavia considerato che per monopolizzare davvero il mercato, che come suo solito ha rapidamente fagocitato il consueto “capolavoro” di una stagione, avrebbe dovuto provvedere a brevettare il progetto, sempre ammesso che qualcun altro, magari proprio il team Antinori e Ben Abraham, non lo abbia già fatto.

Ad un altro livello di riflessione, la possibilità di clonare il figlio di Dio, per i cristiani consustanziale a Dio padre creatore dell’universo, comporta la ridefinizione degli ambiti della creazione e della creatura; per comprendere tale questione sarebbe necessario rielaborare il rapporto tra Cristianesimo ed Ebraismo con maggiore rigore di quanto possano fare telepredicatori, venditori, presidenti e romanzieri, sulla cui formazione filosofica e teologica non è consigliabile scommettere.

Il nodo è decisivo. L’Ebraismo è un rigido monoteismo che si sviluppa e si definisce nel confronto con un ambito decisamente politeista, come dimostrano anche i diversi appellativi con cui è successivamente chiamato Dio, El e Yahweh. Questi hanno dato nome anche ai differenti manoscritti alla base della Thorà, sono in origine divinità diverse, le cui nature sono, rispettivamente, stellare e vulcanica. Invece, il Cristianesimo è un monoteismo in qualche modo più fluido e pluralista, nel quale la credenza in una sostanza divina unica si perfeziona integrando aspetti in parte desunti dal paganesimo, che gli ebrei e i musulmani considerano al confine con l’idolatria, evidenti nella stessa figura del Figlio, nella Trinità, nella Madonna e nei Santi, i cui riferimenti hanno complessa e lunga elaborazione e non sono accettati allo stesso modo dalle diverse comunità cristiane.

Nel suo aspetto più inquietante, ammettere la possibilità di riprodurre una figura consustanziale al creatore comporta che il tempo ritorni sulla sua origine, lasciando aperta l’ipotesi che in tal modo venga condotto al collasso, annullando la realtà da noi conosciuta. Il tema è complesso, affascinante e pieno di sviluppi possibili. Tra questi, si potrebbe effettivamente configurare il momento della clonazione di Gesù con la fine di tutte le cose, laddove fossero universalmente accettate tanto la sua natura di figlio di Dio quanto la sua Seconda Venuta. Tuttavia, se soltanto i cristiani ne sanciscono la consustanzialità a Dio, il suo ritorno è ammesso da cristiani e musulmani, mentre l’escatologia ebraica prevede la presenza successiva di due Messia, ma nessuno di loro è Gesù.

L’unica eventualità riconosciuta da tutti e tre i monoteismi è quella del Giudizio Universale che, nel Cristianesimo moderno, dimentico della sua dimensione messianica, coincide con una Parusia considerata quale evento metatemporale, dalla realizzazione niente affatto certa e stabilita. Per quello che possiamo comprendere dalla Seconda Lettera di S. Pietro (3, 10-13) e dall’Apocalisse di S. Giovanni (21, 1; passim) ogni cosa si dissolverà e saranno realizzati «cieli e terra nuovi», quindi la materia cesserà di essere corruttibile e ogni anima si ricongiungerà al proprio corpo: la realtà risponderà alla propria configurazione archetipica in modi irriducibili a quanto implicato dal fenomeno della clonazione. Per gli Atti degli Apostoli (3, 20-21) alla “consolazione” della Seconda venuta di Gesù si accompagnerà la “restaurazione” di tutte le cose in Dio, concetto in seguito particolarmente sviluppato da Origene e per il quale possiamo configurare due termini distinti: l’apocatastasi, che indica la ricapitolazione della storia e il dissolversi di ogni cosa in Dio e quindi nell’universale, e l’anacefaleosi, per cui il riepilogo in Cristo mantiene attenzione alle vicende individuali; ad ogni modo, se tutto questo potrebbe riguardarci in una prospettiva piuttosto lunga, il paesaggio attuale offre precise particolarità.

S. Paolo nella Prima Lettera ai Corinti (12, 12-28) afferma che la Chiesa realizza e quindi riproduce nella società il corpo di Cristo; dove per Guy Debord «lo spettacolo è la ricostruzione materiale dell’illusione religiosa» (La società dello spettacolo, §20), il “corpo sociale” è letteralmente costretto a clonare se stesso. I media compiono una duplicazione perfetta della realtà, che appare quindi destituita a favore della “realizzazione” dei media stessi. Jean Baudrillard ne Il delitto perfetto, La televisione ha ucciso la realtà? (1995) evidenzia tale processo, che avviene «mediante la trasformazione di tutti i nostri atti e di tutti gli eventi in pura informazione». Siamo quindi partecipi, dal nostro posto in prima fila, della «soluzione finale, la risoluzione anticipata del mondo tramite la clonazione della realtà e lo sterminio del reale col suo doppio».

Tale doppio non conosce nessun originale, e questa clonazione non ha origine in alcuna origine: infatti, anche l’origine è già replica di se stessa. Come afferma Luigi Francesco Clemente in La (ri)produzione infinita (2006) «l’origine della simulazione è già la simulazione dell’origine». Nel mondo dei media la realtà è l’eccesso di se stessa, e in questo eccesso prolifera indefinitivamente la reversibilità pura e semplice: tutto si risolve in semplice informazione, che non dice nulla, non esprime nulla, non indica nulla. Questo nulla è dimostrato nel modo più estremo dal telepredicatore Pat Robertson con la folle pretesa di realizzare le riprese televisive della Seconda Venuta di Cristo, e tuttavia capace nella sua pazzia di cogliere aspetti decisivi della comunicazione mediatica e delle derive integraliste.

Questo mondo di simulacri veri che nascondono verità inesistenti, dove proliferano copie prive di originale nelle quali si annuncia la sparizione della realtà, non può essere affrontato né con le lamentele, né con lo sciacallaggio, per quanto in molti si ostinino in tali pratiche. Se la «complicazione dell’origine» rappresenta il principale interesse dell’orizzonte aperto da Jacques Derrida soprattutto nella prima fase della sua riflessione, una possibilità di esplorazione di tale condizione è suggerita, come si accennava, dal concetto di simulacro, elaborato su diversi piani di riflessione da Baudrillard in La precessione dei simulacri (1978-1980) e da Mario Perniola in La società dei simulacri (1980-2010), che insistono rispettivamente su modelli di tipo iperreale e su processi di derealizzazione e culturalizzazione.

Tuttavia, nonostante le sottigliezze del pensiero e l’immenso lavoro individuale e collettivo teso a migliorare questo mondo, nella nostra povera realtà può anche andare a finire che, riprendendo un vecchio adagio filosofico, tutte le vacche siano nere, e non per modo di dire, laddove sempre per Baudrillard l’azione dei media conduce anche alla soppressione della «preziosa differenza tra giorno e notte», circostanza che da alcuni profeti della comunicazione è addirittura esaltata come se insieme all’analfabetismo rappresentasse davvero la rivelazione finale. È piuttosto evidente quanto siano ridicole e fuorvianti tali posizioni, che non meritano particolari attenzioni.

Seguiamo invece l’argomentazione di Baudrillard, quando segnala il rovesciamento della fondamentale domanda sul perché dell’essente: «Non c’è reale. Non c’è qualcosa. C’è niente». Al riguardo Clemente mette in evidenza che «nell’universo compiutamente mediatizzato la questione verte sull’essere del nulla – sull’esserci del nulla. L’informazione totalmente dispiegata dice la nullità della stessa, l’estetizzazione universale dice il nulla dell’universale, la produzione indefinita dice la riproduzione di nulla, la retroreferenza della ripetizione dice la referenza del nulla.» Il nulla non si accoppia, prolifera per clonazione. Il clone di un nulla è un altro nulla. Berlusconi, re(alizzatore) dei media, è il clone di se stesso. Che sia un nulla, non lo turba affatto: non lo turberebbe, inevitabilmente, neanche la morte.

Allora, di cosa stiamo parlando?

 

In tutte le librerie: AAVV, a cura di Claudio Comandini, La notte in cui fu clonato il presidente, Edizioni Noubs, Chieti 2012. Il libro può essere richiesto direttamente alle Edizioni Noubs.

Tratto da: “Antefatto ad una vicenda impossibile”, su “La notte in cui fu clonato il presidente”, Edizioni Noubs, Chieti 2013. Riveduto e corretto

Fotografia: “Riflessi” – Berlino gennaio 2006

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    Premonizioni del Settantasette

    Se forse gli anni settanta non iniziano con le rivolte del 1968 ma vi trovano la loro origine mitica, probabilmente finiscono come in una tragedia greca con il 1977. Segnala Nicola Tranfaglia che in tale pagina «in buona parte ignota […]

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    Colpo di Stato in Russia

    Tra le testimonianze della rivoluzione russa, quella offerta da Tecnica del colpo di Stato, pubblicato da Curzio Malaparte a Parigi nel 1931 e dato alle stampe in Italia soltanto nel 1948, presenta la singolarità di metterla in sequenza con altre […]

  • Vetrata Palma di Montechiaro (AG)

    Piotr Merkurj: la pittura della luce

    Un pittore russo tra Oriente e Occidente. Pensare le icone, dipingere nel pensiero. Dialogo su luce e materia, forma e colore, spiritualità dell’arte, autonomia della cultura.   «Il disegno è una scienza se esplora l’anatomia con la precisione del tratto, una deità se suggerisce il […]

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    Catalogna. La costruzione di un regno inesistente

    Dopo la fuga di Puigdemont in Belgio, accusato di ribellione, sedizione e malversazione insieme ad altri esponenti indipendentisti, e la sua dichiarazione di non presentarsi ai giudici di Madrid, si può considerare chiusa una prima fase dell’autoproclamatasi Repubblica di Catalogna. Questa, bocciata all’unanimità […]

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    I giornalisti americani e il giornalismo fascista

    Di fronte al fascismo, parte della stampa statunitense azzardò analogie con i protagonisti della propria epopea. Gli Stati Uniti si sentivano vicini all’Italia laddove, usciti dal loro isolazionismo soltanto con la partecipazione alla Grande Guerra, erano passati per un periodo […]

  • Fascist Architecture in Washington - Lisner Auditorium (1941-1943) by Faulkner & Kingsbury

    Affinità e divergenze tra fascismi e New Deal

    Una polemica apparsa recentemente sul The New Yorker a firma di Ruth Ben-Ghiat si chiedeva perché in Italia edifici legati al fascismo, quali il Foro Italico e il Palazzo della Civiltà Italiana (o del Lavoro), non venissero abbattuti. E nel […]