Il tetto sopra Berlino

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Il Muro, lo schermo, il mercato. Weimar: angosce oscure, luminose speranze. Il Nazismo: la natura come progetto. I Verdi: l’economia informale. Nazisti hippy e nazicomunsti. Nuovo Ordine del Mondo. Erosione degli stati nazionali, imporsi del capitale finanziario, eclisse delle ideologie. Scavare nelle macerie. Sul tetto.

 

1. L’equivoco del Muro

Venticinque anni fa, un mio conoscente berlinese fu informato dell’apertura del Muro dalla televisione e, avendo bevuto un po’, inizialmente pensò fosse un film. Da parte sua, anche Robert Darnton, storico americano dell’illuminismo e della rivoluzione francese, avvezzo ad indagare nei bassifondi di una cultura spesso considerata soltanto dalle vette, trovandosi a Berlino nei giorni intorno al 9 novembre 1989, considera la caduta del Muro come «un colossale equivoco, un evento letteralmente creato dai mass-media» (Berlin Journal 1989-1990, 1991). Potrebbe quindi capovolgersi l’assunto di Goodbye Lenin (2003) di Wolfgang Becker ed essere così l’occidente capitalista a raccontarsi menzogne per credere alla vittoria del mercato, incapace di sopportare la possibilità della sconfitta.

Questo il fatto. Il giorno 8 novembre, il capo della direzione berlinese del partito Günther Shabowsky dichiara ai media occidentali, dietro una domanda del giornalista italiano Riccardo Herman, che tutti i cittadini possono lasciare il territorio, senza troppe formalità e «immediatamente». Il comunicato sarebbe dovuto restare secretato fino al mattino successivo; in realtà, Shabowsky era ufficialmente in vacanza e non sapeva bene cosa dire. Tanto lui quanto Gorbaciov rimangono così sotto le macerie di una politica sfuggita completamente di mano, laddove le parole pronunciate di fronte alle telecamere assumono immediato valore di legge.

Ai tempi delle divisioni Est e Ovest, il Muro rappresentava lo specchio sul quale una concezione politica si definiva nell’esclusione del suo opposto, che continuava ad esserne una condizione d’esistenza. Quel che può accadere quando una sola opzione risulta praticabile, lo hanno scoperto tutti di fronte allo schermo televisivo: infatti, è proprio questo schermo il nuovo Muro sul quale si svolge il processo di rappresentazione con cui il potere si costituisce, sostituendo alla realtà un’immagine conforme agli steccati che si intendono stabilire. Come i muri, gli schermi chiudono nei recinti che circoscrivono. Per superare recinti e schermi, occorre, dopo i muri, demolire anche i tetti: demistificare, oltre alle definizioni, anche le giustificazioni di un’ideologia.

Il vecchio muro sovietico è ormai demolito, lasciando alcuni frammenti nell’arredo urbano della metropoli permettendo l’unificazione di due nuclei distinti per istituzioni e funzionalità. Possiamo però sollevare i rottami del Muro da ogni bidimensionalità e metterli in una prospettiva che restituisca loro una storia.

 

2. Tramonti infiniti

Rompere il consenso strisciante obbligato e luoghi sin troppo comuni permette di individuare le fratture interne di una narrazione a lungo onnipresente ed estremamente riduttiva per la quale gli eventi sono andati incontro ad una condizione di stabilità e così trovare compimento. Tuttavia, la cultura universale dei consumi, pur tendendo ad una piatta omogeneità, ha moltiplicato le disparità: le pretese della sua narrazione sono ormai destituite. Le fratture possono essere ritrovate nello stesso Muro, da attraversare nelle ombre ancora esistenti così come nelle divisioni che lo precedettero. Soprattutto, occorre riabilitare il ruolo di una storia di lungo periodo la cui influenza sorpassa inevitabilmente ogni superstizione del presente.

Una ricostruzione di alcuni passaggi decisivi per comprendere l’enorme rimosso che, prima e dopo la seconda guerra mondiale, è rappresentato dalla Germania, è formulata dal giornalista e germanista Nestore Di Meola in Berlino. Quel Muro c’è ancora (2003). Il testo ricostruisce questioni decisive e sottovalutate, evidenziando anche la vastità dell’influenza della contrapposizione tra Kultur come “vita dell’anima” e Zivilisation come “cimitero dello spirito” che, sviluppandosi dal pensiero di Kant, attraversa la Repubblica di Weimar per arrivare al movimento dei Verdi, mantenendo l’aspetto tipico della cultura tedesca di porsi come Sonderweg, “via speciale” rispetto all’Occidente.

La Zivilization trova un interprete esemplare in Spengler (Der Untergang des Abenlandes, 1918-1923), che denuncia sintomi di decadimento si direbbe ormai incancreniti: autonomia dell’economia dalla politica, pervertirsi della tecnica a bruta strumentalità, concentrazione della vita globale in poche metropoli. La visione di Spengler, spesso fraintesa, non è pessimista, la decadenza non rappresenta affatto la scusa per stucchevoli recriminazioni e rappresenta piuttosto un destino da assumere. Le sue periodizzazioni sono originali quanto rigorose: a strutturare le modalità cognitive e percettive proprie ad ogni epoca sono le forme matematiche. Il suo lavoro, come tutta la produzione culturale della repubblica di Weimar sembra parlarci da un futuro ancora impossibile.

I progetti di riscatto dell’espressionismo sono intrisi di oscure angosce e luminose speranza di risveglio. A Weimar operano anche gli “architetti della natura” che non si riconoscono nelle tendenze di Walter Gropius e nella Bauhaus. L’animazione prospettica del villaggio è avanzata da architetti come Joachim Glassel (Berlino), Otto Frei (Stoccarda), Gernot Minke (Kassel), che oppongono alla macchina-abitazione (Wohnungsmaschine) tipica dell’innaturale e alienante metropoli una casa-natura espressione di un modo di costruire conforme ai principi naturali (Naturliche Bauen). Il villaggio utopico si contrappone alla decadente metropoli nell’osservatorio-laboratorio di studi astrofisici costruito da Erich Mendelsohn a Postdam nel 1920, detto poi Torre di Einstein.

Nel cinema, Fritz Lang ammonisce con Metropolis (1922) rispetto ai rischi della moderna società di massa; il film è tratto da un romanzo scritto cinque anni prima dalla moglie Thea Von Harbou, la quale in seguito aderisce al nazismo. Alla sua prima a Berlino  il film, costato 5 milioni di marchi, è accolto piuttosto freddamente. Nessun montaggio dell’opera è mai stata considerato come definitivo.

 

3. Politiche della natura 

Il nazismo concepisce la natura come un’architettura in base alla quale riplasmare la stessa natura umana. L’impulso di questo progetto è tratto dal concetto tardo-romantico di Landshaft (paesaggio), la cui mitologia agisce sugli stati profondi dell’emotività popolare (George L. Mosse, Intellectual origins of the Third Reich, 1964). Dopo la guerra, a rispondere alla fascinazione per la natura tipica della cultura tedesca, alimentando però il sogno di un comune progetto di pace tra i popoli, sono i Verdi, distinguendosi tra fondamentalisti movimentisti (Fondi) e realisti disponibili al confronto istituzionale (Realos). Utopia e culto del passato sono associati nell’idea di riconquistare il perduto stato di natura, proponendo il ritorno romantico alle antiche forme di vita e lavoro, nelle quali cerca il proprio riscatto l’angoscia per il futuro (Zukunfsangst).

I Verdi interpretano la sfiducia verso il progresso e le ansie millenaristiche reinterpretando le lotte della passione protestante contro la ragione scolastica. Gli strumenti operativi sono: la pratica delle Kommunen, in grado di superare l’alienazione dell’organizzazione industriale; l’economia alternativa e informale concepita quale “regno della libertà” ostile al “regno della necessità” di quella tradizionale e formale; la diffidenza verso potere e pubblici uffici, il cui verticismo arresterebbe la spontaneità della base portando inesorabilmente verso l’ingiustizia.

Cosa resta oggi di quei sogni? Nel 2009, una setta esoterica di neonazisti hippy ha occupato con più di 300 persone il castello di Krampfberg, vicino Palttenberg, tra Berlino e Amburgo, proclamando la rinascita del Reich, contestando la presunta democraticità della Bundesrepublick con l’accusa di essere solo un centro d’affari, riferendosi così a pratiche quali l’utilizzo di energie alternative, le coltivazioni organiche, il rifiuto del denaro. Il riferimento principale è Jo Conrad, che unisce l’idea del “peace & love” con l’antisemitismo e proclama una sorta di occultismo neognostico ossessionato dalla presenza di Satana.

Dai tempi dello gnostico Saturnino in poi, forme di dualismo che stigmatizzano gli Ebrei non rappresentano affatto una novità, mentre sono oggi molto diffuse le prese di posizioni alternative che pretendono di passare esclusivamente per il tubo digerente. Soluzioni apparentemente radicali sono di fatto ingenue, non indagano i presupposti delle teorie che sostengono.

Qual è l’antecedente di questi connubi? I comunisti del KPD e i nazisti del NSDAP si allearono nel novembre 1932 contro la repubblica di Weimar nello sciopero dei lavoratori dei trasporti indetto a Berlino, che registrò 4 morti, 47 feriti e 583 arresti.  La manifestazione accompagna le ultime elezioni democratiche prima dell’ascesa di Hitler a luglio, con una maggioranza rosso-bruna (Klaus Rainer Röhl, Die letzten Tage der Republik von Weimar, 2008). Un’alleanza nazi-comunista torna come realtà internazionale con i patti Hitler-Stalin del 1939, ad ogni modo rapporti tra stati e non tra ideologie, e del resto nessuno si preoccupò di fermare l’avanzata nazista, se non quando fu ormai troppo tardi.

Gli eventi della storia vanno contestualizzati. Nazismo e comunismo non sono mai stati uguali, le loro visioni rispetto a nazionalismo e internazionalismo sono incompatibili, come peraltro era già evidente tanto nel 1933 quanto nel 1945. Pertanto, il ritornello della loro assoluta identità ripetuto dai liberal compiaciuti mentre il Muro cadeva è stonato e falso.

L’anno successivo alla caduta del Muro e della contrapposizione tra blocchi, la guerra del Golfo battezza il Nuovo Ordine Mondiale. L’evento toglie terreno tanto a comunisti quanto a fascisti, ad anarchici come ad ambientalisti, in un modo così silenzioso ed efficace che in tanti nemmeno se n’accorgono. I più furbi si adattano, pur se costretti a continui e  vorticosi cambi di schieramento e vestito; gli altri, iniziano ad associare all’odio del sistema l’odio di sé e così entrare nella sindrome del fallimento. Si apre lo spazio di una dimensione nella quale ancora fatichiamo ad orientarci.

 

4. Cantando sul tetto

Con la caduta del Muro proseguono tre processi cruciali delle società capitalistiche avanzate: l’erosione degli stati nazionali, l’imporsi del capitale finanziario, l’eclisse delle ideologie.

I mercati finanziari si espandono anche dove il capitale era statalizzato fagocitandone le forme. Le ideologie conoscono un movimento d’occultamento e proiezione. Le relazioni tra informazione, economia e guerra cambiano strutturalmente. La costituzione dell’opinione pubblica e l’indirizzo dei consumi diventano la prima linea d’attacco delle guerre, l’informazione si estende sulla rete telematica planetaria affermando gli interessi dell’alta finanza e del complesso militare-industriale. Gli apparati istituzionali esercitano controllo e condizionamento sui comportamenti individuali e collettivi.

Le proteste basate sulla semplice recriminazione non permettono di comprendere fino a che punto hanno inciso i cambiamenti comportati dalla globalizzazione. La polemica antiborghese che accomunava le opposizioni classiche è stata destituita da un movimento storico che ha fatto seguire ad una “cetomedizzazione” generale una proletarizzazione collettiva. In questo punto morto della crescita, dove la semplice conservazione del benessere è diventata altamente problematica, la storica alleanza tra borghesia e capitale si è infranta. Alcune macerie del Muro hanno ancora  piena consistenza.

Le strutture ideologiche del mercato sono assorbite in una realtà che abbassa ruolo e dignità dell’uomo ad un livello puramente strumentale: questo rischio delle società capitalistiche avanzate è segnalato da Marcuse in One-dimensional man (1964), che rilancia per i tempi a venire la denuncia di Hölderlin della lacerazione e dell’appiattimento umani. Infatti, coinvolto «nel flusso irresistibile dell’industria del divertimento e dell’informazione», l’uomo si conforma nei pensieri e nei comportamenti ad una «falsa coscienza che è immune dalla propria falsità». Marcuse è d’origine berlinese ma insegna negli USA; in molti gli danno ragione, ma non basta questo a darci un mondo migliore.

Conseguenze analoghe sono elaborate da Debord assimilando la dialettica hegeliana nell’analisi de La société du spectacle (1967): «nel mondo totalmente capovolto (…) il falso è un momento del vero». Lo spettacolo in cui si compone la società contemporanea dipende dalla «realizzazione tecnica» della «debolezza» del pensiero filosofico, dominato dalla scissione tra soggetto e oggetto, dalle categorie basate sul senso della vista, dall’incessante dispiegamento della razionalità tecnica. La realtà vissuta è ridotta alla sua semplice rappresentazione. I ragazzotti del sessantotto prendono una strada diversa rispetto a quanto indicato da un severo maestro quale Debord. In molti si convertono al marketing, e gli sembra perfettamente normale.

Il mercato afferma la morte dell’ideologia, ma ne assume i caratteri: l’ideologia, è Marx a dirlo, è un «sapere parziale» che pretende di imporsi ad una totalità di cui però non sa fornire ragioni. Sostengono Deleuze e Guattari (Sur capitalisme et desir, 1973) che il desiderio è il motore dell’ideologia e questa entra nell’economia attraverso l’organizzazione del potere. I veri problemi sono quelli che riguardano pianificazioni strutturali e criteri di selezione, ma la lotta politica si accanisce in una disputa para-ideologica del tutto dispersiva. E al contempo, l’ideologia dominante arriva a configurarsi, contro le intenzioni dei due pensatori, come un ricorsivo e autoreferenziale «desiderio del desiderio», una specie di loop interminabile e inconcluso che alimenta di continuo frustrazione e repressione.

I decenni procedono con l’effervescenza d’un aperitivo, ostentando la compiaciuta superficialità di una splendida incoscienza. Infine, il Muro che definiva gli equilibri della guerra fredda crolla. La gara a proclamare quanto il capitalismo abbia sempre avuto ragione è aperta, ma alla fine la posta in palio è davvero bassa.

L’appiattimento dell’esistenza al livello dei consumi individuali e dell’egoismo spiccio era già stato evidenziato ed esecrato da Nietzsche come definitiva «vittoria degli schiavi». Fukuyama (The end of History and the Last Man, 1992) lo cita furtivamente e soltanto per fraintenderlo e saluta come fine della storia il crollo della cortina di ferro, segno dell’esaurimento dei conflitti di classe; l’ultimo uomo sarebbe addirittura il trionfo definitivo dell’economia capitalista, pioniere di un’era di «riconoscimenti universali». Il pensiero unico proclama la spoliticizzazione dell’economia per imporre l’egemonia ideologica del mercato. Successivamente, il filosofo americano avrà modo di rivedere tutto questo fervore, mettendo in guardia dalle instabilità. Tuttavia, l’informazione non gli concederà più altrettanto spazio.

Ora siamo qui, ovunque siano il qui e l’ora. Macchine imperfette di desideri spettacolari e unidimensionali spinti alla massima entropia. La storia, nonostante tutto, continua. Possiamo leggere alla luce dei sogni di ieri gli incubi del nostro mondo bizzarro, dove l’anarchia è al potere ma capricciosamente dalla parte del capitale. Possiamo anche fare scoperte che rischiano di non piacere a qualche nostalgico travestito da progressista. La battaglia per i diritti gay è diventata strumento di conservazione del potere, il solare è più inquinante di altre fonti energetiche, demolire l’istruzione pubblica ha fatto il gioco della pubblicità. Piaccia o meno, così vanno le cose. Lo spettacolo va avanti.

Cercando di comprendere le ragioni di una data e di un luogo, nel mio brano Berlin 1989 affermo, ripetendolo in loop, che con il dominio del mercato «le cose andranno meglio»: certo, «tutto più facile», ma soltanto se non si vuole vederne la complessità e non sostenerne le conseguenze, continuando ad essere «costretti a vincere/ per morire». Una volta, suonai questo brano sopra un tetto.

Fotografia: Claudio Comandini: “Camminare sul cielo” – Berlino, gennaio 2006

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