Il neoliberismo: l’ideologia senza nome

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Tracollo finanziario, disastro ambientale e ascesa di Donald Trump: il neoliberismo ha fatto la sua parte in tutto questo. Questa dottrina, pur promettendo scelta, stranamente viene promossa con lo slogan “Non c’è alternativa”: tutti dobbiamo così credere che il mercato permetta ad ognuno di ottenere riscontro ai propri meriti, e diventa  obbligatorio fare della disuguaglianza una virtù. Eppure, è emerso anche il peggio di noi, e il neoliberismo è rapidamente diventato strumento utile per gestire gli interessi delle organizzazioni criminali, e dove non esistono le crea. Un viaggio nell’Inghilterra immediatamente precedente il Brexit che espone le ragioni del fallimento delle politiche europee cercando anche di dare una risposta all’incapacità della sinistra di individuare un’alternativa di George Monbiot, giornalista, accademico, ambientalista e politico britannico, che ha recentemente pubblicato “How Did We Get into This Mess?” (Verso, London 2016), in vendita su bookshop.theguardian.com.

 

Immaginare che il popolo dell’Unione Sovietica non avesse mai sentito parlare del comunismo rimane piuttosto arduo. Tuttavia, per la maggior parte di noi, l’ideologia che domina le nostre vite non ha alcun nome. Provate a darne menzione durante le vostre conversazioni e sarete ricompensati con una scrollata di spalle. Anche dove i vostri interlocutori hanno già sentito il termine, si fa fatica a definirlo. Neoliberismo: sai di cosa si tratta?

Il suo anonimato è tanto sintomo quanto causa del suo potere. Ha svolto un ruolo importante in una notevole varietà di crisi: la crisi finanziaria dell’agosto 2007, i paradisi fiscali di ricchezza e potere di cui i documenti di Panama offrono soltanto un assaggio, il lento crollo di salute ed educazione pubblica, la ripresa della povertà infantile, l’epidemia di solitudine, il collasso dell’ecosistema, l’ascesa di Donald Trump. Tuttavia, rispondiamo a queste crisi come se emergessero isolate, apparentemente ignari che tutte quante siano state catalizzate o aggravate da una medesima coerente filosofia: una filosofia che ha – o ha avuto – un nome. E però chiediamoci: quale potere è maggiore di quello di operare anonimamente?

Il neoliberismo è diventato talmente pervasivo che raramente lo riconosciamo come ideologia. Sembriamo accettare la tesi che descrive tale utopia e fede millenaria come fosse una forza neutrale; una specie di legge biologica, come la teoria dell’evoluzione di Darwin. La filosofia è però nata proprio come tentativo consapevole di rimodellare la vita umana e spostare lo spazio del potere.

Il neoliberismo considera la concorrenza quale la caratteristica fondamentale delle relazioni umane. Ridefinisce i cittadini in quanto consumatori, le cui scelte democratiche sono meglio esercitate attraverso l’acquisto e la vendita, in un processo che premia il merito e punisce inefficienza. Sostiene che “il mercato” offra vantaggi che non potrebbero mai essere raggiunti attraverso la pianificazione.

I tentativi di limitare la concorrenza sono così trattati come ostili alla libertà. Fisco e regolamentazioni devono essere ridotti al minimo, i servizi pubblici devono essere privatizzati. L’organizzazione del lavoro e della contrattazione collettiva compiuta attraverso i sindacati sono considerati come distorsioni del mercato che impediscono il formarsi di una gerarchia naturale di vincitori e vinti. La disuguaglianza diventa un meccanismo virtuoso: è premio per l’utilità e generatore di ricchezza, scivola verso il basso per arricchire tutti. Gli sforzi per creare una società più equa sono considerati come controproducenti e moralmente corrosivi. È il mercato a permettere ad ognuno di ottenere quanto merita.

Noi interiorizziamo e riproduciamo queste credenze. I ricchi si persuadono di aver acquisito la loro ricchezza attraverso il merito, ignorando i vantaggi che possono aver contribuito ad assicurarla, quali quelli di istruzione, eredità e classe sociale. I poveri cominciano a incolpare se stessi per i loro fallimenti, anche quando possono fare molto poco per cambiare la propria situazione.

Non importa la disoccupazione strutturale: se non si dispone di un posto di lavoro è perché si è incapaci di iniziativa. Non importano i costi impossibili di un qualsiasi alloggio: se la carta di credito è esaurita, sei irresponsabile e spendaccione. Non importa che i vostri figli non abbiano più un campo di gioco a scuola: se diventano ciccioni, è colpa tua. In un mondo governato dalla concorrenza, quelli che restano dietro vengono definiti e si auto-definiscono come falliti.

Tra i risultati, come documenta Paolo Verhaeghe nel suo libro What About Me? ci sono epidemie di autolesionismo, disturbi alimentari, depressione, solitudine, ansia da prestazione e fobia sociale. Forse è sorprendente che la Gran Bretagna, dove l’ideologia neoliberista è stata applicata più rigorosamente, è la capitale europea della solitudine. Ora siamo tutti neoliberisti.

Il termine neoliberismo è stato coniato in una riunione a Parigi nel 1938. Tra i delegati, due uomini ne hanno definito l’ideologia, Ludwig von Mises e Friedrich Hayek. Entrambi esuli dall’Austria, vedevano la socialdemocrazia, esemplificata dal New Deal di Franklin Roosevelt e dal graduale sviluppo del welfare in Gran Bretagna, quali manifestazioni di un collettivismo che occupava il medesimo spettro di nazismo e comunismo.

In The Road to Serfdom (1944), Hayek aveva sostenuto che la pianificazione governativa, schiacciando l’individualismo, avrebbe inesorabilmente portato al controllo totalitario. Questo libro, e Bureaucracy (1944) di Mises, furono molto letti. Ne vennero così a conoscenza alcune persone molto ricche, ai quali tale filosofia sembrò offrire la possibilità di liberarsi da norme e tasse. Nel 1947, quando Hayek fondò la Mont Pelerin Society, la prima organizzazione che diffuse la dottrina neoliberista, fu sostenuto finanziariamente dai milionari e dalle loro fondazioni.

Con il loro aiuto, Hayek iniziò a creare quello che in Masters of the Universe (2012) Daniel Stedman Jones descrive come «una sorta di internazionale neoliberista»: una rete transatlantica di docenti universitari, imprenditori, giornalisti e attivisti. Erano sostenitori ricchi di questo sovvenzionato movimento una serie di Think tank che perfezionavano e promuovano l’ideologia: tra loro, l’American Enterprise Institutela Heritage Foundationil Cato Institutel’Institute of Economic Affairsil Centre for Policy Studies e la Smith Institute Adam. Inoltre, furono finanziate posizioni accademiche e dipartimenti, in particolare presso le università di Chicago e della Virginia.

Con la sua evoluzione, il neoliberismo è diventato più stridente. La visione di Hayek che i governi dovrebbero regolare la concorrenza per impedire la formazione di monopoli ha favorito, tra gli apostoli americani quali Milton Friedman, il costituirsi della convinzione che il potere di monopolio poteva essere visto come una ricompensa per l’efficienza.

Durante questa transizione è accaduta poi un’altra cosa: il movimento ha perso il proprio nome. Nel 1951, Friedman era felice di descrivere se stesso come un neoliberista. Tuttavia, poco dopo questo, il termine ha cominciato a scomparire. E cosa ancora più strana, anche se l’ideologia è diventato più nitida e il movimento più coerente, il nome perduto non è stato sostituito da alcuna alternativa comune.

In un primo tempo, nonostante i sontuosi finanziamenti, il neoliberismo è rimasto ai margini. Il consenso del dopoguerra era quasi universale: le prescrizioni economiche di John Maynard Keynes furono ampiamente applicate, piena occupazione e risoluzione delle povertà erano obiettivi comuni negli Stati Uniti e gran parte dell’Europa occidentale, le aliquote massime di imposta erano alte e i governi cercavano risultati sociali senza imbarazzo, sviluppando così nuovi servizi pubblici e reti di sicurezza.

Ma nel 1970, quando le politiche keynesiane hanno cominciato a cadere a pezzi e le crisi economiche hanno colpito entrambi i lati dell’Atlantico, le idee neoliberiste hanno cominciato a entrare nel mainstream. Come ha osservato Friedman «quando arrivò il momento di cambiare… c’era un’alternativa pronta per essere scelta». Con l’aiuto di giornalisti simpatizzanti e di consiglieri politici, gli elementi del neoliberismo, in particolare le sue prescrizioni per la politica monetaria, sono state adottate dall’amministrazione di Jimmy Carter negli Stati Uniti e dal governo di Jim Callaghan in Gran Bretagna.

Dopo che Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno preso il potere, seguì presto il resto del pacchetto: imponenti tagli alle tasse per i ricchi, frantumazione dei sindacati, deregolamentazione, privatizzazione, esternalizzazione e concorrenza nei servizi pubblici. Attraverso il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, il trattato di Maastricht e l’Organizzazione mondiale del commercio, sono state imposte le politiche neoliberiste – spesso senza il consenso democratico – in gran parte del mondo. Più notevole era la sua adozione tra i partiti che un tempo appartenevano alla sinistra: come per esempio, nei paesi anglosassoni, laburisti e democratici. Come osserva Stedman Jones, «è difficile pensare ad un’altra utopia che sia stata così pienamente realizzata.»

Può sembrare strano che una dottrina che promette scelta e libertà abbia dovuto esser stata promossa con lo slogan “Non c’è alternativa”. Tuttavia, come ha osservato Hayek rispetto ad una visita nel Cile di Pinochet – una delle prime nazioni nelle quali il programma è stato ampiamente applicato – «la mia preferenza personale si sporge verso una dittatura liberale piuttosto che verso un governo democratico privo del liberalismo». La libertà che il neoliberismo offre, quella che suona così seducente laddove espressa in termini generali, rivela di significare libertà per il luccio, e non per i pesciolini.

Essere liberi da sindacati e contrattazioni collettive significa libertà di sopprimere i salari. Libertà da ogni regolazione significa libertà di fiumi di veleno, pericolo i lavoratori, iniqui cambi dei tassi di interesse e progettazione di strumenti finanziari esotici. Libertà dalle tasse significa libertà da quella distribuzione della ricchezza che può sollevare le persone dalla povertà.

Come documenta Naomi Klein in “The Shock Doctrine” (2007), i teorici neoliberisti hanno sostenuto l’utilizzo delle crisi, proprio mentre le persone ne erano distratte, al fine di imporre politiche impopolari: per esempio, dopo il colpo di stato di Pinochet, la guerra in Iraq e l’uragano Katrina, descritto da Friedman come «un’opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo» a New Orleans.

Dove non è stato possibile imporre le politiche neoliberiste a livello nazionale, si sono imposti a livello internazionale, attraverso trattati commerciali che includessero «accomodamenti per risolvere le controversie investitore-Stato»: tribunali all’estero dove le aziende potessero premere per rimuovere le protezioni sociali e ambientali. Quando i parlamenti hanno votato per quesiti quali limitare le vendite di sigarette, proteggere le riserve idriche dalle società minerarie, congelare le bollette energetiche, evitare lo strappo tra Stato e imprese farmaceutiche, le aziende hanno fatto causa, spesso con successo. La democrazia si è così ridotta a teatro.

Un altro paradosso del neoliberismo è che la concorrenza universale si basa su quantificazione universale e confronto. Il risultato è che i lavoratori, le persone in cerca di lavoro e i servizi pubblici di ogni genere sono soggetti ad un meschino, soffocante regime di valutazione e monitoraggio, progettato per identificare i vincitori e punire i perdenti. E paradossalmente, la dottrina proposta da Von Mises per liberare dall’incubo burocratico della pianificazione centralizzata lo ha invece creato.

Il neoliberismo non è stato concepito come una racket per interessi privati, ma è diventato rapidamente tale. La crescita economica è stata nettamente più lenta nell’era neoliberista (dal 1980 in Gran Bretagna e Stati Uniti) di quanto non lo fosse stata nei decenni precedenti, ma non per i molto ricchi. La disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, dopo 60 anni di declino, è aumentata rapidamente in questo periodo, a causa della distruzione dei sindacati, delle riduzioni fiscali, dell’aumento degli affitti, della privatizzazione e della deregolamentazione.

La privatizzazione o commercializzazione di servizi pubblici quali energia, acqua, treni, salute, istruzione, strade e carceri ha permesso alle aziende di istituire caselli di fronte a beni essenziali e pretendere l’affitto per il loro utilizzo, ai cittadini come ai governi. Affitto è un altro termine per indicare il reddito da investimenti. Così, quando si paga un prezzo gonfiato per un biglietto del treno, soltanto una parte della tariffa compensa gli operatori per i soldi spesi in carburante, salari, materiale rotabile e altri esborsi. Il resto riflette il semplice fatto che ci hanno messo con le spalle al muro.

Coloro che possiedono e gestiscono i servizi privatizzati o semi-privatizzati del Regno Unito fanno fortune ingenti investendo poco e ottenendo molto. In Russia e in India, oligarchi acquisiscono beni dello Stato attraverso firesales. In Messico, a Carlos Slim interviews è stato concesso il controllo di quasi tutti i servizi di rete fissa e telefonia mobile, permettendogli di diventare rapidamente l’uomo più ricco del mondo.

La finanziarizzazione, come osserva Andrew Sayer in Why We Can’t Afford the Rich ha avuto un impatto simile. Sayer sostiene che «Così come l’affitto, interesse è […] rendita che matura senza sforzo alcuno». E mentre i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi, i ricchi acquisiscono sempre più controllo su un’altra risorsa cruciale: il denaro. Il pagamento degli interessi rappresenta in modo schiacciante un trasferimento di denaro dai poveri ai ricchi. E mentre i prezzi degli immobili e il ritiro dei finanziamenti statali gravano sulle persone che hanno debiti (si pensi al passaggio dalle borse di studio ai prestiti agli studenti), le banche e i loro dirigenti fanno piazza pulita.

Sayer sostiene che gli ultimi quattro decenni sono stati caratterizzati da un trasferimento di ricchezza non solo dai poveri ai ricchi, ma anche tra le fila degli stessi ricchi: da quelli che guadagnano con la produzione di nuovi beni o servizi a coloro che invece fanno i loro soldi controllando le attività esistenti e la raccolta di affitti, interessi o plusvalenze. Il reddito da lavoro è stato soppiantato dalla rendita.

Ovunque le politiche neoliberiste sono afflitte dai fallimenti del mercato. Non soltanto le banche sono troppo grandi per fallire, ma lo sono anche le corporazioni attualmente incaricate di fornire servizi pubblici. Tuttavia, come ha sottolineato Tony Judt in Ill Fares the Land, Hayek ha dimenticato che i servizi nazionali vitali non possono essere autorizzati a crollare, il che significa che la concorrenza non può affatto trovare il proprio corso. Il business prende i profitti, lo Stato mantiene il rischio.

Maggiore è il fallimento, più estrema diventa l’ideologia. I governi usano le crisi neoliberali tanto come pretesto quanto come occasione per tagliare le tasse, privatizzare i servizi pubblici superstiti, strappare buchi nella rete della sicurezza sociale, deregolamentare le imprese e ri-regolamentare i cittadini. Lo stato che odia se stesso ora affonda i denti in ogni organo del settore pubblico.

Forse l’impatto più pericoloso del neoliberismo non è la crisi economica che ha causato, ma la crisi politica. Così come è stato ridotto il dominio dello stato, si è contratta anche la nostra capacità di cambiare il corso della nostra vita attraverso il voto: piuttosto, come afferma la teoria neoliberista, le persone possono esercitare le loro scelte attraverso la spesa. Tuttavia, alcuni hanno più da spendere rispetto ad altri: nella grande democrazia dei consumi o delle azioni finanziarie, i voti non sono equamente distribuiti. Il risultato è un depotenziamento dei poveri e della middle class. E così come i partiti di destra e quelli di ex sinistra adottano politiche neoliberiste simili, accade che la mancanza di potere si trasforma in una sorta di disaffiliazione e quindi un ritiro dalla dominante politica del franchising. In pratica, un gran numero di persone sono state rigettate dalla politica.

Chris Hedges osserva che «i movimenti fascisti costruiscono la loro base non dall’attività politica, ma dai politicamente inattivi, cioè dai ‘perdenti’ che, spesso correttamente, sentono di non aver voce o ruolo da svolgere nel mondo politico». Quando il dibattito politico non sa più parlare con noi, la gente risponde , piuttosto che agli slogan, ai simboli e alle sensazioni. E così, per gli ammiratori di Trump i fatti e gli argomenti appaiono del tutto irrilevanti.

Judt ha spiegato che quando la fitta rete di interazioni tra le persone e lo Stato si riduce a null’altro che autorità e obbedienza, l’unica forza residua che ci lega reciprocamente è il potere dello stato. Ed è più probabile che il totalitarismo temuto da Hayek emerga quando i governi, dopo aver perso l’autorità morale derivante dalla fornitura di servizi pubblici, si riducono a «blandire, minacciare e, infine, costringere la gente a obbedire loro».

Come il comunismo, il neoliberismo è il Dio che ha fallito. Ma c’è una dottrina zombie che continua a barcollare in giro, e uno dei motivi che lo permette è il suo anonimato. O meglio, l’anonimato di un gruppo di anonimi.

La dottrina invisibile della mano invisibile è promossa da sostenitori invisibili. Lentamente, molto lentamente, abbiamo iniziato a scoprire i nomi di alcuni di loro. Così, troviamo che l’Institute of Economic Affairs, che sui media si è opposta con forza contro l’ulteriore regolamentazione del settore del tabacco, è stato segretamente finanziato dalla British American Tobacco dal 1963. Scopriamo che Charles e David Koch, due degli uomini più ricchi il mondo, fondarono l’istituto alla base del Tea Party. Troviamo che Charles Koch, nello stabilire una delle sue Thinktank, ha osservato che «al fine di evitare critiche indesiderabili, non dovrebbe essere troppo pubblicizzato il modo con cui l’organizzazione è controllata e diretta».

Le parole usate dal neoliberismo spesso nascondono più di quanto chiariscono. “Mercato” suona come un sistema naturale che potrebbe sostenerci così come fanno la gravità o la pressione atmosferica. E tuttavia, è colmo di relazioni di potere. Cosa “il mercato vuole” tende a significare ciò che le aziende e i loro capi vogliono. “Investimenti”, come nota Sayer, significa due cose molto diverse: infatti, una è il finanziamento di attività produttive e di utilità sociale, l’altro è l’acquisto di beni esistenti per ricavarne rendite, interessi, dividendi e plusvalenze. Utilizzare la stessa parola per attività diverse permette di “mimetizzare le fonti della ricchezza”, portando così confondere l’estrazione di ricchezza con la sua creazione.

Un secolo fa, i nuovi ricchi venivano denigrati da coloro che aveva ereditato i loro soldi. Gli imprenditori cercavano di riscuotere accettazione sociale facendosi passare per persone che vivevano di rendita. Oggi, il rapporto si è invertito: gli ereditieri e le persone che godono di rendite parassitarie designano se stessi come imprenditori, affermando così di guadagnarsi il proprio reddito.

E così tutti costoro, anonimi e confusi, si mescolano con il senza nome e il senza luogo del capitalismo moderno: il modello di franchising che assicura che i lavoratori non sappiamo per chi faticano; le società registrate attraverso una rete di regimi di segretezza off-shore così complessi che nemmeno la polizia può scoprirne i beneficiari; il regime fiscale che turlupina i governi; i prodotti finanziari che nessuno capisce.

L’anonimato del neoliberismo è ferocemente custodito. Quelli che sono influenzato da Hayek, Mises e Friedman tendono a rifiutare il termine, sostenendo – non del tutto a torto – che oggi venga utilizzato soltanto in senso peggiorativo. Tuttavia, non ci offrono alcun sostituto. Alcuni si definiscono liberali classici o libertari, ma tali descrizioni sono entrambe ingannevoli e curiosamente fuorvianti, in quanto suggeriscono che non c’è niente di nuovo in The Road to SerfdomBureaucracy, o nel classico di Friedman Capitalism and Freedom.

Per tutto questo, c’è qualcosa di ammirevole sul progetto neoliberista, quantomeno nelle sue fasi iniziali. Ha infatti rappresentato una tipica filosofia intenzionata all’innovazione e promossa da una rete coerente di pensatori e attivisti provvisti di un chiaro piano d’azione. Un progetto paziente e persistente, il cui percorso di crescita è stato prescritto da The Road to Serfdom.

Il trionfo del neoliberismo riflette anche il fallimento della sinistra. Quando l’economia del laissez-faire ha portato alla catastrofe nel 1929, Keynes ideò una teoria economica globale per sostituirlo. Quando la gestione keynesiana della domanda ha colpito i respingenti negli anni ’70, c’era ancora un’alternativa pronta. Ma quando il neoliberismo è crollato nel 2008 non c’era più nulla. Questo è il motivo per cui oggi i zombi vanno a spasso. La sinistra e il centro non hanno prodotto alcun nuovo quadro generale del pensiero economico per 80 anni.

Ogni invocazione di Lord Keynes è così un’ammissione di fallimento. Per proporre soluzioni keynesiane alle crisi del XXI° sec. occorre ignorare tre problemi piuttosto scontati. È difficile mobilitare le persone intorno a vecchie idee; i difetti esposti negli anni ’70 non sono scomparsi; soprattutto, tali situazioni non hanno nulla da dire rispetto alla nostra situazione più grave: la crisi ambientale. Infatti, se il keynesismo agisce stimolando la domanda dei consumatori per promuovere la crescita economica, la domanda dei consumatori e la crescita economica sono i motori della distruzione ambientale.

Tanto la storia del keynesismo quanto quella del neoliberismo mostrano la loro insufficienza nell’opporsi ad un sistema danneggiato. Un’alternativa coerente deve essere ancora proposta. Per li laburisti, i democratici e la più ampia gamma di sinistra possibile, il compito centrale dovrebbe essere quello di sviluppare una sorta di programma economico Apollo: un tentativo consapevole di progettare un nuovo sistema, su misura delle esigenze del XXI° secolo.

George Monbiot, “Neoliberalism – the ideology at the root of all our problems” «The Guardian» 15.04.2016.
Traduzione: Claudio Comandini

Fotografia: “Reagan at his home at Rancho del Cielo”, 1976.

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