I pornografici profitti del capitale

natura_morta

Di sesso oramai si parla davvero tanto: è questo segno di una maggiore liberazione, oppure vuol dire che la sua effettiva esperienza si è in qualche modo allontanata? La prostituzione è accettata e convalidata e sembra addirittura  porsi come elemento di emancipazione sociale: ma siamo davvero più aperti e spregiudicati, oppure siamo soltanto maggiormente inibiti nel concepire gratuità e dono rispetto a quanto è intimo ed essenziale? Il digitale ha permesso alla pornografia varietà e disponibilità senza precedenti, questa impone i propri standard su qualsiasi produzione, le sue star si arrischiano a stabilire criteri etici e ontologici validi per tutti: ma siamo davvero emancipati, oppure semplicemente l’intercambialità delle merci e il profitto a tutti i costi si sono ormai imposti su ogni pratica? Vedere donne strisciare in pannolini, transessuali accoppiarsi con futanari, finti incesti e orge interrazziali e qualsiasi altra mania e qualsiasi altro fantasma, è davvero così eccitante oppure rischia di mortificare il nostro autentico erotismo? Chattare e accoppiarsi con chiunque sia disposto a fare da schermo alla nostra fantasia appartiene realmente all’ambito dell’incontro sessuale, oppure si limita a socializzare la masturbazione costringendoci alla regressione psichica? Stabilisce un campo nel quale poter articolare tali questioni Mark Hay, che si occupa di politica, sessualità, identità e delle loro intersezioni.

 

1. Il mercato del desiderio

Il genere umano non ha ancora capito quale sarà l’effetto del porno online sulla sessualità collettiva. Alcune persone lo vedono come una forza liberatoria, che mette a disposizione nuovi livelli di piacere, soddisfazione e conoscenza di noi stessi. Altri pensano che sia corrosivo, una porta aperta verso trasgressioni innominabili e illegali. La maggior parte delle persone si limita a tapparsi le orecchie per evitare questo dibattito così spinoso e confuso.

Eppure Internet è sull’orlo di un’altra rivoluzione, l’accelerazione definitiva che potrebbe trasformare la sessualità umana. Se prima l’industria del porno lanciava qui e là a caso delle esche in rete sperando di catturare i feticisti, ora le fantasie più morbose arrivano direttamente a noi. A seconda di quello che abbiamo cercato su piattaforme come Pornhub o xHamster, si aprono finestre pubblicitarie che hanno l’aspetto dei nostri fantasmi: dalla ragazza in topless che indossa solo un pannolone ai video di finto incesto.

Il fatto che il porno non venga più cercato ma ci arrivi direttamente – anche se nelle forme più varie  particolari – potrebbe dare l’illusione che le persone siano pronte ad abbracciare un orizzonte sempre più vasto di corpi e perversioni. Ma non dobbiamo dimenticare che questa rivoluzione è il frutto di un profondo stravolgimento economico dell’industria del porno. Vuol dire che i contenuti sempre più mirati che ci arriveranno non saranno necessariamente i più liberatori o i più desiderabili, ma saranno semplicemente i contenuti che fanno guadagnare di più.

Non c’è ancora niente di sicuro, ma ci sono buone probabilità che l’intersezione tra grandi quantità di dati, grandi aziende e perenne connessione a Internet permetterà al mercato di influenzare il nostro sviluppo sessuale, sostituendosi a modalità di esplorazione delle nostre fantasie sessuali che prima erano più private, idiosincratiche e forse liberatorie. Alla fine, sarà il capitalismo a diventare l’arbitro del nostro desiderio.

 

2. Tutti i dati del consumo sessuale

Il porno è una miniera d’oro di dati: siti come Pornhub, XVideos e xHamster hanno miliardi di pagine viste al mese da milioni di persone che lasciano piccole ma preziose tracce di sé. Gli studi che producono film porno realizzano diecimila titoli all’anno per accontentare orde di persone arrapate, superando di gran lunga l’offerta di Hollywood (circa 550 titoli all’anno). Secondo alcune stime, i video porno rappresentano il 4 per cento di tutti i contenuti di Internet, il 14 per cento di tutte le ricerche e il 30 per cento del traffico di dati online.

Eppure, in un mondo dove i dati sono fondamentali, l’industria della pornografia si basa ancora su valutazioni intuitive e approssimative. Le cose però stanno cambiando: l’industria dell’intrattenimento per adulti ha capito di aver bisogno dei dati. Ogni piattaforma di video porno ha un suo complesso sistema di etichette che serve sia a rendere più rapide le ricerche sia a suggerire nuovi video allo spettatore in base ai suoi gusti e alle sue abitudini.

Uno dei dati più semplici da ottenere è la localizzazione dell’utente. Siti come xHamster prestano particolare attenzione al genere di porno preferito in determinate aree del mondo. I giapponesi, per esempio, sono nazionalisti e ignorano completamente il porno con attori non giapponesi, quindi è inutile mostrarglielo. Con l’aiuto degli algoritmi, si va sempre di più verso offerte di consumo mirate.

Il problema è che il singolo utente può trovarsi costretto, a causa degli algoritmi legati al suo sesso, alla sua età e alla sua provenienza, a inseguire un gusto di massa che potrebbe non essere il suo. Pornhub, per esempi, sta cercando di attirare più donne. Lo fa proponendo video con una trama. Questo significa, per qualche ragione, una maggiore promozione del genere fauxcest (video con attori professionisti che simulano scene incestuose). Il risultato è che uno spettatore si ritrova a guardare contenuti basati su giochi erotici di ruolo a sfondo incestuoso anche se non era quello che cercava.

 

3. Le metamorfosi del porno

Il problema di fondo è che la disponibilità così capillare di porno online ha divorato dall’interno l’industria tradizionale, il cui giro d’affari è crollato del 50 per cento tra il 2007 e il 2011. Gli studi che producono film porno non hanno lo stesso accesso ai dati degli utenti che hanno le piattaforme online, quindi si basano su un modello di business arretrato: provano proporre qualcosa di nuovo e vedono come va.

Ma qualcosa sta cambiando. Ci sono siti a pagamento, come Clips4Sale, che raccolgono video porno prodotti da piccole case indipendenti e mettono a disposizione dei produttori i dati degli utenti per aiutarli a produrre materiale erotico più mirato.

Nel frattempo, molti esperti del comportamento umano non credono che il porno ci farà cambiare gusti e abitudini. La raccolta di dati, dicono, ci aiuterà a capire cosa ci piace e a parlarne senza vergogna. Ma questa prospettiva non tiene conto di chi si sta avvicinando al porno prima di aver maturato delle preferenze sessuali e di chi segue le preferenze del momento.

E non tiene conto di un’industria del porno in gravi difficoltà economiche. I produttori di pornografia rischiano di fare la fine di tanti siti che si occupano di politica e che, pur di inseguire il proprio pubblico di riferimento, si sono ritrovati su posizioni estreme e hanno perso terreno e credibilità.

L’unica cosa certa è che una grande massa di dati muove una grande massa di dollari, e che questi concetti stanno lentamente entrando nella nostra coscienza erotica e sessuale. È presto per dire se ne saremo influenzati, anche se dubito che pratiche com il doppio fisting possano entrare a far parte della nostra vita sessuale. Ma stiamo comunque entrando in un mondo in cui un ragazzo senza esperienza, davanti a un’orgia a a un porno con adulti che indossano pannolini dirà: «Ah, quindi è questa la roba che piace alla gente come me».

Immagine: Anonimo, “Natura morta” – data e luogo incerti.

Mark Hay, “La nuova miniera d’oro del capitalismo”, «Internazionale» n. 1212, 7.07.2017, p. 43 (adattamento di “Datagasm. Micro targato digital porno is changing human sexuality”, «Aeon» 14.07.2016).

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