Francesco Permunian in quattro libri. Incantarsi è un dono

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«E l’acqua del lago appariva talmente calma da riflettere le luci della sponda opposta, tra cui brillava in lontananza il lume di casa mia.» Francesco Permunian ha esordito come poeta negli anni ottanta e come narratore alla fine degli anni novanta. Quattro opere per conoscere un autore atipico, capace di demistificare la falsa prospettiva identitaria tipica della provincia italiana. Oltre a quelle qui raccontate, altre suoi libri sono: Cronaca di un servo felice (Meridiano Zero, 1999); Camminando nell’aria della sera (Rizzoli, 2001), Nel paese delle ceneri, (Rizzoli, 2003), Dalla stiva di una nave blasfema, con fotografie di Gianni Fucile – Diabasis, 2009); La Casa del Sollievo Mentale (Nutrimenti, 2011), L’attesa, con immagini di Roberto Da Re Giustiniani (Kellermann, 2013), da cui è tratta la frase e l’immagine in esergo.

 

1. Il gabinetto del dottor Kafka (2013)

Per leggere Francesco Permunian, se non lo si conosce, senza farsene un’idea preconcetta, cominciamo pure da questo romanzo che, quantomeno all’inizio, tale non sembra nel riportare questa cronaca del momento, nella quale ci troviamo ad accatastare un’idea ingannevole sull’altra. Lo scrittore è un narciso – anzi, non lo è; è un altro che ha deciso di presentarsi come ‘avanzo di manicomio’ – anzi no; ce l’ha con le donne, con gay e lesbiche, o con chi invecchia – no, per niente. Permunian si mette in gioco e alla berlina alla stregua delle sue creature, siano queste amici e conoscenti o altri scrittori viventi o passati, per i quali ricrea scene quasi perfette, attingendo da memorie collettive e dalla sua, di «intellettuale di campagna» come si definisce.

Esistono scrittori che sono tali perché esiste l’editoria, altri che lo sono per essenza e riescono pure a mettersi a servizio del mercato. E altri ancora, e quest’ultima categoria sembra appartenere il nostro, che sono scrittori e basta. Anche se dal loro ‘soffrire’ l’esistenza (e distillarne certe righe sulle quali, tra l’altro, ridere dal profondo o con leggerezza), non venisse mai pubblicato un rigo in alcun modo e su alcun supporto (qui invece esiste anche l’e-book). «L’editore ti chiede l’ovetto letterario e io non riesco a scodellarlo a comando» (intervista di Antonio Gnoli a Francesco Permunian, la Repubblica 24.01.2013).

Ecco, questo non riesce all’autore: e non è questo che cerca Attraverso ogni sua pagina si entra in un mondo antico e segreto popolato di ricercatezze e destini improbabili, come quello dello zio Bertoldo Borletti, in un’accozzaglia caotica tanto simile alla vita: sempre che possa interessarvi anche la chincaglieria e cosa ne dica e ne pensi questo autore, poco attratto dalla società dei letterati e da atteggiamenti esteriori adottabili per amore di presenza. Che però, seppur schivo, va e si coinvolge negli scorni della vita di tutti i giorni e le parti migliori sono queste o quando racconta dei suoi amici, e molte amiche, colpiti come lui stesso, dalla paura della morte per eccesso di amore per la vita. Tuttavia, a parte il destino comune, non vuole lasciare un’impronta agiografica del proprio esistere.

Per il resto, la mente di Permunian è un cassetto di informazioni preziose, frutto di curiosità profonda: il Polesine, l’antica gente contadina, e poi Maria Corti, Alda Merini, Giorgio Manganelli, Andrea Zanzotto, Salvatore Silvano Nigro, per citare solo gli italiani.

Dalle cartelle cliniche di Robert Walser: «In seguito a grave esaurimento nervoso e in piena crisi d’ansia, nel gennaio del 1929 Robert Walser è preda di allucinazioni auditive che gli impediscono di scrivere e di dormire; inizia così a sentire quelle ‘voci’ persecutorie che, da allora in poi, gli terranno compagnia fino alla morte (Ferruccio Giacanelli, Il lungo esilio di Robert Walser). Più le leggo e più ne sono attirato, come un orso dal miele […] Voglio dire insomma che questa attrazione simpatetica per il mondo dei matti io ce l’ho sempre avuta fin da ragazzo, non è mica un vezzo da letterati emiliani che giocano a fare i lunatici… A vent’anni, appena iscritto all’università, mi sono fatto rinchiudere infatti nel manicomio di Brusegana per un ricovero volontario (e non è una fola, è tutto documentato, basta una telefonata per verificare).» 

L’orso, successivamente, diventa il lettore: entrare in relazione con storie tanto distanti, coglierne l’affinità con altre narrate nel libro (o dove ci conduce la distanza fra queste) pur se attraverso l’immediatezza, anche questa solo apparente, di documenti e foto, non è così scontato. Occorre rileggere. Per la cronaca, il gabinetto non è uno studio, ma proprio l’orinatoio della stazione di Desenzano, ‘teatro’ di un aneddoto su Kafka e ulteriore tormentone di questo originale autore.

Il rispetto dell’editore Nutrimenti per l’oggetto libro, che qualcuno considera ancora come opera, è testimoniato dal breve colophon in ultima pagina nel quale sono elencati, con preziosa attenzione, collaboratori alla realizzazione, caratteri tipografici utilizzati, tipi di carta.

 

2. La polvere dell’infanzia (2015)

Francesco Permunian (si legge con l’accento sulla a), scrittore ancora difficile da catalogare e non certo per un vezzo del caso, ripercorre attraverso una modalità già nota ai suoli lettori, fatta di brevi scritti intervallati da foto (stavolta sono gli scatti magnetici di Duilio Avezzù e altri da archivi privati), la bellezza senza fine che l’infanzia è capace di consegnare ad alcuni fortunati adulti. Lo scrittore l’ha vissuta in una terra di confine come il Polesine ricca di acque e osterie, canali e polvere secca nelle torride estati, e d’infinite nebbie invernali. Questa terra, che possiede i suoi abitanti più che essere posseduta, vide i natali dello scrittore proprio nell’anno dell’alluvione (1951), natali ai quali si pose poca attenzione vista la mole della catastrofe, come racconta egli stesso: «Me ne stavo dentro una cesta sistemata tra le capre e le galline di mia nonna Assunta, in mezzo a una folla di disperati che fuggivano sotto l’incalzare delle acque».

L’autore prosegue quindi raccontando che nella cesta ci rimase due giorni, in attesa che la famiglia trovasse ospitalità presso alcuni parenti nel padovano, il tempo giusto per beccarsi la broncopolmonite; bimbo di soli nove mesi, si disperava guarisse e il parroco gli impartì l’estrema unzione. La sua sopravvivenza al male e altri fatti gli ritagliarono una nomea quasi mortifera al passaggio che forse non ha mai finito di seguire questo personaggio schivo che ha vissuto buona parte della sua esistenza fra i libri fino a diventare direttore della biblioteca di Desenzano del Garda, terra più ridente dove ha scelto di vivere dopo la perdita dell’amata moglie.

Permunian, consegnandoci i ricordi del suo mondo bambino, un particolare mondo nel mondo come solo le terre dominate dalla natura sanno essere, ha lasciato per strada la sua ammirevole ironia confezionando una serie di quadretti e storie che per quanto originali in alcuni casi, ci sono parsi orfani della lingua ‘giusta’ per essere raccontati. Da Poeti in barca, gita sul Po dei poeti del Polesine per ricordare l’ondata di piena del ’51, spersi nella nebbia a poche ore dall’inizio della navigazione, ci si sarebbe aspettati di più anche se resta uno degli episodi più gustosi del libro.

Stessa sorte per alcune disavventure sentimentali, divenute mitiche in quelle terre, e che raccontano gli anni ottanta in maniera un po’ diversa da quella canonica. Così come le biografie del cantautore Stino, la cui fama non varcava il fiume, dell’artista Renzo, Virginio Quagliato, amico del narratore o l’afflato sincero per la fisarmonica del Maseneta che viaggiava fra le osterie, testimone d’un tempo perduto già allora. L’emozione forse è stata motore di queste pagine ma le stesse faticano poi a diventare territorio condivisibile con gli altri, con il lettore, per quanto le si voglia leggere come zibaldone d’una Italia contadina sparita o come appunti per un romanzo incompiuto. Il racconto appare, a tratti, quasi intralciato dalle testimonianze fotografiche, fermandosi a fare da didascalia a queste.

 

3. Ultima favola (2015)

«Il vento di marzo ha soffiato tutta la notte, lacerando la coltre dell’inverno. La primavera è alle porte. Anche in quel luogo ignoto e segreto in cui A. dimora da tempo, mi domando, verrà la primavera? Anche laggiù, in quell’oscuro aldilà sempre avvolto nelle nebbie della lontananza, qualche volta splende il sole? Pensieri ricoperti da lunghi drappi neri, che assomigliano a uccelli di ventura. Pensieri troppo invernali per essere ricordati adesso, all’inizio della bella stagione. Di A. non odo più che un pianto flebile. Intermittente, remoto. Dura da anni, e ha fatto a pezzi tutti i miei sonni».

Bello. Francesco Permunian non condivide solo il nome di battesimo con un altro grande scrittore della terra e del confine, delle immense nostalgie, dei profumi della terra, qual è stato Francesco Biamonti. Questi si potrebbero definire ‘scrittori universo’ quelli che una volta conosciuti e trovata la chiave per poterli leggere, e in parte comprendere, si continuano a cercare, come se dai loro libri scaturisse la biografia a puntate d’una persona con le radici nel passato, con la mente sempre pronta al presente, seguito e descritto fin nelle pieghe più minute degli accadimenti, degli stati d’animo.

In Permunian si associano emozioni diverse che dallo scrittore passano al lettore: sentimento del tempo; pudore (nomi cari scritti con l’iniziale puntata, necessità che non sfuggano le sillabe perché sfuggirebbe il ricordo?), dolore. Poter leggere uno di questi ‘scrittori universo’ significa, in definitiva, togliersi di dosso una sospensione fatata e avvolgente che s’appalesa all’apertura della copertina del libro, cercando di capire davvero cosa va raccontando l’autore, ‘lasciandogli’ malvolentieri la mano che pare tenderci per tirarci con fermezza dentro il proprio orizzonte. Questo è un tentativo d’ipnosi letteraria, fenomeno non sconosciuto al lettore.

La lettura di Ultima favola non è una lettura drammatica. Anzi. L’autore usa l’incanto d’un linguaggio distante e ben misurato per sottoporci i tipi strani che possono capitare ad un cronista di provincia come Ottavio, il protagonista, (potrebbe dare l’impressione di semplicità, ma è una eleganza non facile da raggiungere soprattutto dove non è artificio). Dileggio e tenerezza sono dietro l’angolo: per amare le persone, quelle ritenute ‘strane’ dai più, ci vuole la capacità di comprendere e rispettare e anche di ridere, e tanto.

Ottavio si ritrova coinvolto in diverse umane vicende anche grazie a sua nonna Marietta (raccontare la grazia di questo personaggio diventa difficile se non si legge il libro: lei decide di fare una blefaroplastica per presenziare al meglio ad uno ‘spettacolo’ che poi altro non è che una sfilata patriottica per il 25 aprile); così com’è difficile dire la ‘triste genia’ dei coniugi Manovella colleghi di redazione, (leggendo questi passaggi dedicati alle atmosfere di rassegne e premi letterari più o meno di provincia, torna ancora piacevolmente in mente Nico Orengo).

E però Permunian, alla fine, non somiglia a nessun altro scrittore: il suo libro continua a lavorare nella mente a pagine chiuse; l’ultima favola e gli ingredienti per viverla sono forse quelli della copertina pop scelta da Il Saggiatore? Una famiglia benevola, un neonato, amici, un religioso con cui condividere il tavolo della festa e un prato verde che riflette i raggi di una bella giornata di sole? Due le possibilità: o questa è l’ultima favola che possiamo/vogliamo narrarci protagonista un’accolita umana che sembra non avere requie in quanto a nuove stoltezze e – inoltre, oppure – gli affetti sono sempre validi per ‘ricominciare’.

Le storie di famiglie di fatto raccontate in questo libro, il modo che uomini e donne trovano per restarsi vicini, ora che anche altri generi di famiglia hanno trovato dignità nella narrazione, sono quelle che costruiscono il tanto bistrattato, e da tempo dato per defunto, romanzo italiano (ma faremmo meglio, ormai, a dire europeo?), come questo di Permunian, che ci proietta in luoghi e non luoghi e in un trascorrere delle stagioni che più che di appartenenze ci parla di tanta ineffabile umanità strappata «al fiume dell’oblio».

 

4. L’incanto è un dono (2013)

L’autore è gentile e ci dona un suo scritto illustrato dalle tavole di Roberto Da Re Giustiniani pubblicato in edizione limitata fuori commercio da Kellermann. In queste pagine, poche liriche righe, introdotte dalle parole di Andrea Cortellessa, Permunian intuisce una presenza che cammina sulle acque azzurre del lago nel quale si riflette la finestra illuminata di casa nell’ora del crepuscolo, (intuizione, nella calma piatta dell’acqua, che l’illustrazione restituisce pienamente).

La presenza, forse una risposta all’attesa «che spesso dura una vita intera», sembra volerlo prendere per mano, come egli stesso prende per mano ogni volta i suoi lettori, e traghettarlo senza imbarcazione accanto alla dimora con la finestra illuminata che è la propria dimora e la casa desiderata. Il libricino è un ‘quaderno universo’, non si smetterebbe mai di ‘attendere’ per poi ‘farsi condurre’ di là dallo specchio d’acqua del lago. Lago la cui acqua è ferma, ma suggerisce ad ogni sguardo gli incanti d’una vita che osserva se stessa e ciò che c’è attorno e… si racconta.

L’incanto non è una condizione di vacanza dall’intelligenza, la quale momentaneamente si fa attirare da canti e formule magiche che hanno l’effetto di «operare cose soprannaturali» (Ottorino Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana). Per quanto un autore non possa portare ogni argomento dentro le proprie opere, a Permunian non manca il senso d’una realtà ‘surreale’ della quale registra minimi particolari buoni a combinare un puzzle più che credibile degli anni che attraversiamo.

Immagine: “Senza titolo” di Roberto Da Re Giustiniani, tratta da Francesco Permuniam, “L’attesa” (Kellermann, 2013).

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