Colpo di Stato in Russia

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Tra le testimonianze della rivoluzione russa, quella offerta da Tecnica del colpo di Stato, pubblicato da Curzio Malaparte a Parigi nel 1931 e dato alle stampe in Italia soltanto nel 1948, presenta la singolarità di metterla in sequenza con altre prese violente del potere, quali il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco, indagando quindi i caratteri specifici e le differenti anime di ognuna. Il libro affianca testimonianza diretta degli eventi e cadenze da storico classico, distaccata ingegneria del potere e appassionati ritratti dei protagonisti, incrociando giornalismo e letteratura in modi inestricabili ed esemplari. Come segnala Ferruccio Pinotti, curatore dell’edizione Adephi, il cortocircuito con il pensiero dominante del periodo è compiuto rivendicando l’assoluta libertà dello scrittore, in grado di giocare contemporaneamente su più fronti e al di sopra di tutti. Il libro scava le proprie intuizioni con la solidità di un basso rilievo, lasciando quali fondamentali lezioni che le conquiste democratiche siano «il bene più fragile» e la psicologia dei dittatori sia particolarmente «violenta e timida», lanciando inoltre inascoltati appelli per «l’arte di difendere lo Stato» che somigliano in modo inquietante a consigli su come occuparlo. In questa logica, l’«intelligenza allo stato di natura» di Stalin, «il solo uomo di Stato europeo che abbia saputo trar profitto dalla lezione dell’ottobre 1917», deve necessariamente prevalere su Trotzki «dominato dall’ambizione e dall’immaginazione» e sul suo tentativo d’impadronirsi del potere. Pur se legato ineluttabilmente all’imporsi dei totalitarismi degli anni Trenta, questo libro lascia sospesa la denuncia, evidenziata da Ilenia Bernardini, dell’«ostinata cecità della leadership europea, inamovibile nella sua indefessa e perseverante convinzione che le sole tradizionali misure di polizia potessero esser sufficienti a sventare ogni minaccia di insurrezione armata, sia popolare che militare». Nato a Prato come Kurt Erich Suckert, Curzio Malaparte combatte nella Legione straniera e poi nella Grande guerra, è fascista rivoluzionario e partecipa alla Marcia su Roma per quindi opporsi al regime mussoliniano e scontare il confino, frequenta gli artefici della rivoluzione russa e dopo l’armistizio collabora attivamente con gli Alleati, inizialmente è simpatizzante anarchico, poi iscritto al partito repubblicano, fa parte della massoneria, si avvicina al PCI e infine si converte al cattolicesimo. Un’invidiabile ricchezza di frequentazioni poco raccomandabili che, indipendentemente dal suo prestarsi al gioco dell’intelligence USA già dal 1938, sono state intrattenute soprattutto nell’agire come fosse una sorta di ‘agente segreto della scrittura’, in qualche modo interessato a tutto pur se disinteressato di ogni cosa. E è forse proprio per tale aspetto che a molti questo singolare autore risulta piuttosto sospetto.

Tre le altre opere di Malaparte, i racconti di Sodoma e Gomorra (1931) descrivono luoghi, vicende e figure di un’Europa in trasformazione, e il romanzo La pelle (1949) narra senza moralismi dell’occupazione alleata in Italia nel dopoguerra; in ambedue, quanto di più vero emerge dalle dissonanze tra innocenza e corruzione. Su il Tempo illustrato, ebbe modo di dire: «Vi sono due modi di amare il proprio Paese: quello di dire apertamente la verità sui mali, le miserie, le vergogne di cui soffriamo, e quello di nascondere la realtà sotto il mantello dell’ipocrisia, negando piaghe, miserie, e vergogne […] Tra i due modi, preferisco il primo». Da parte sua Lenin, che durante i dieci giorni della rivoluzione ancora non credeva al suo successo, conservò il potere e amò il proprio paese indicandogli i compiti che lo aspettavano. Cinque anni dopo quell’ottobre, al IV Congresso dell’Internazionale Comunista del 13.11.1922, ormai prese le distanze con particolare adeguatezza all’antropologia marxista dalle componenti cospirative e insurrezionaliste derivate da Buonarroti e Blanqui (da cui blanquismo), incita il popolo in modi che nessuno in nessun altra circostanza avrebbe mai più ripetuto. «Ogni momento libero dalla lotta, dalla guerra, dobbiamo utilizzarlo per lo studio, e per di più cominciando dal principio. Tutto il partito e tutti gli strati della popolazione in Russia lo dimostrano con la loro sete di sapere. Questa aspirazione allo studio dimostra che oggi il compito più importante per noi è: studiare, e studiare; ma anche i compagni stranieri debbono studiare; non come studiamo noi, cioè non per imparare a leggere, a scrivere e a comprendere ciò che si legge, della qual cosa abbiamo ancora bisogno. Si discute se ciò appartiene alla cultura borghese o alla cultura proletaria. Lascio la questione aperta. In ogni caso è indubitabile che, prima di tutto, abbiamo bisogno di imparare a leggere, a scrivere e comprendere ciò che si legge.» Certamente, abbiamo tutti ancora bisogno di studiare e di imparare a leggere e scrivere, ma nessuno osa più spronarci a tanto; del resto, ciò appare ormai del tutto scontato: esattamente come le cosiddette libertà democratiche. E per qualche strano sortilegio, sembra come se siamo costretti smarrirle ambedue: se non per qualche colpo di Stato, per il degenerare del vivere comune e delle sue istituzioni. Ma in un periodo in cui si occupano di politica in gran numero persone interessate esclusivamente a quanto non è disinteresse, tutto ciò sembra ormai cosa normale.

 

Se lo stratega della rivoluzione bolscevica è Lenin, il tattico del colpo di Stato dell’ottobre 1917 è Trotzki. Al principio del 1929, trovandomi in Russia, ho avuto l’occasione d’intrattenermi con vari comunisti, incontrati negli ambienti più diversi, sulla parte avuta da Trotzki nella rivoluzione. La tesi che circola ufficialmente nell’URSS, sul conto di Trotzki, è quella di Stalin: ma dappertutto, specialmente a Mosca e Leningrado, dove il partito trokziano era più forte che altrove, ho udito esprimere su Trotzki giudizi che non si accordano molto con quelli di Stalin. Il solo che non abbia risposto alle mie domande è Lunatciarski, e la tesi di Stalin non mi è stata giustificata obiettivamente che da Madame Kamenew; ciò che non può sorprendere, quando si pensi che Madame Kamenew è la sorella di Trotzki.

Non tocca a me entrare nella polemica fra Stalin e Trotzki a proposito della “rivoluzione permanente” e della parte sostenuta da Trotzki nel colpo di Stato dell’ottobre 1917. Stalin nega che Trotzki sia stato l’organizzatore dell’insurrezione, e ne rivendica il merito alla Commissione formata da Sverdlow, Stalin, Boubnow, Ouritzi e Dzejinski. Quella Commissione, nella quale non figuravano né Lenin né Trotzki, era parte integrante del Comitato militare internazionale rivoluzionario, di cui Trotzki era il Presidente. La polemica fra Stalin e il teorico della “rivoluzione permanente” non può cambiare la storia dell’insurrezione d’Ottobre, che afferma Lenin, fu organizzata e diretta da Trotzki. Lenin è lo stratega, l’ideologo, l’animatore, l’homo ex machina della rivoluzione; ma il creatore della tecnica del colpo di Stato bolscevico è Trotzki.

Nell’Europa moderna, il pericolo comunista, dal quale i governi debbono difendersi, non è la strategia di Lenin, è la tattica di Trotski. Non si può comprendere la strategia di Lenin all’infuori della situazione generale della Russia nel 1917. Ma la tattica di Trotzki non è vincolata alle condizioni generali del paese, la sua applicazione non dipende dalle circostanze, che sono indispensabili all’applicazione della strategia di Lenin: la tattica di Trotzki rappresenta il pericolo permanente di un colpo di Stato comunista in ciascun paese d’Europa. In altri termini, la strategia di Lenin non può essere applicata, in un qualunque paese dell’Europa occidentale, che sopra un terreno favorevole, con l’aiuto delle stesse circostanze che si erano verificate in Russia nel 1917.

Lo stesso Lenin osserva, in La malattia infantile del comunismo, che l’originalità della situazione politica russa nel 1917 consisteva in quattro circostanze specifiche, e aggiunge che queste condizioni specifiche non esistono attualmente nell’Europa occidentale, dove la riproduzione di condizioni identiche o analoghe non è molto facile. È inutile esporre per il momento quali siano le circostanze specifiche, che dovrebbero favorire l’applicazione della strategia di Lenin nell’Europa occidentale: si sa in che cosa consisteva l’originalità della situazione politica russa nel 1917, in rapporto alla situazione internazionale. La strategia di Lenin non costituisce dunque un pericolo immediato per i governi d’Europa: il pericolo attuale, permanente, da cui gli Stati europei sono minacciati, è la tattica di Trotzki.

Stalin, nelle sue osservazioni su La rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi, scrive che per giudicare gli avvenimenti dell’autunno 1923 in Germania, non bisogna dimenticare la situazione speciale in cui si trovava la Russia nel 1917. «Il compagno Trotzki» aggiunge «dovrebbe ricordarsela, egli che stabilisce un’analogia completa fra la rivoluzione d’Ottobre e la rivoluzione in Germania e flagella spietatamente il Partito comunista per i suoi reali e pretesi errori».

Per Stalin, il fallimento del tentativo rivoluzionario tedesco dell’autunno 1923 dipende dalla mancanza delle circostanze specifiche, indispensabili all’applicazione della strategia di Lenin; egli si meraviglia che Trotzki possa farne ricadere la colpa sui comunisti tedeschi. Ma per Trotzki la riuscita di un tentativo rivoluzionario non dipende dall’esistenza di condizioni identiche o analoghe a quelle della Russia nel 1917. Non è l’impossibilità di applicare la strategia di Lenin che ha fatto fallire la rivoluzione tedesca dell’autunno 1923. L’errore imperdonabile dei comunisti tedeschi è di non aver applicato la tattica insurrezionale bolscevica. La mancanza di circostanze favorevoli, la situazione generale del paese, non influiscono sull’applicazione della tattica di Trotzki. Non si può giustificare i comunisti tedeschi d’aver mancato il colpo.

Dopo la morte di Lenin, la grande eresia di Trotzki ha tentato di spezzare l’unità dottrinaria del leninismo. Il protestantesimo di Trotzki non ha avuto fortuna: quel Lutero è in esilio, e di tutti i suoi partigiani, coloro che non hanno avuto l’imprudenza di pentirsi troppo tardi, si sono affrettati a pentisi ufficialmente troppo presto. Ma s’incontrano ancora spesso, in Russia, degli eretici che non hanno perso il gusto della critica e si esercitano a trarre, dalla logica di Stalin, le conseguenze più imprevedute. Dalla logica di Stalin si è portati alla conclusione, che non ci può essere Lenin senza Kerenski, essendo Kerenski uno dei principali elementi dell’eccezionale situazione della Russia nel 1917.

Ma Trotzki non ha bisogno di Kerenski: l’esistenza di Kerenski, come quella di Stresemann, di Poincaré, di Lloyd George, di Giolitti o di Mac Donald, non ha nessuna influenza, né favorevole né sfavorevole, sull’allocazione della tattica di Trotzki. Mettete Poincaré al posto di Kerenski: il colpo di Stato bolscevico dell’ottobre 1917 sarebbe riuscito lo stesso. Ho perfino incontrato, a Mosca e a Leningrado, dei partigiani della teoria eretica della “rivoluzione permanente”, i quali giungevano ad affermare che Trotzki non ha bisogno di Lenin, che ci può essere Trotzki anche senza Lenin. Vale a dire che nell’ottobre del 1917 Trotzki si sarebbe impadronito del potere anche se Lenin fosse rimasto in Svizzera, e non avesse avuto nessuna parte nella rivoluzione russa.

L’affermazione è arrischiata, ma non può essere giudicata arbitraria se non da coloro che esagerano, nelle rivoluzioni, l’importanza della strategia a scapito della tattica; quello che conta è la tattica insurrezionale, la tecnica del colpo di Stato. Nella rivoluzione comunista, la strategia di Lenin non è la prefazione indispensabile all’applicazione della tattica insurrezionale: essa non può condurre, per se stessa, alla conquista dello Stato. Nel 1919 e nel 1920, in Italia, la strategia di Lenin era applicata in pieno: l’Italia era, in quel tempo, il paese d’Europa più maturo per la rivoluzione comunista. Tutto era pronto per il colpo di Stato.

Ma i comunisti italiani credevano che la situazione rivoluzionaria del paese, la febbre sediziosa delle masse proletarie, l’epidemia degli scioperi generali, la paralisi della vita economica e politica, l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai e delle terre da parte dei contadini, la disorganizzazione dell’esercito, della polizia, della burocrazia, l’avvilimento della magistratura, la rassegnazione della borghesia, l’impotenza del governo, fossero condizioni sufficienti a provocare la consegna del potere ai rappresentanti dei lavoratori.

Il Parlamento era nelle mani dei partiti di sinistra: l’azione parlamentare si accompagnava all’azione rivoluzionaria delle organizzazioni sindacali. Ciò che mancava non era la volontà d’impadronirsi del potere, era la conoscenza della tattica insurrezionale. La rivoluzione si esauriva nella strategia. Era la preparazione all’attacco decisivo: ma nessuno sapeva come condurre l’attacco. Si era giunti a vedere nella Monarchia, che si chiamava allora una Monarchia socialista, un grave impedimento all’attacco insurrezionale.

La maggioranza parlamentare di sinistra era preoccupata dell’azione sindacale, che minacciava di conquistare il potere aldifuori del Parlamento, anche contro il Parlamento. Le organizzazioni sindacali diffidavano dell’azione parlamentare, che mirava a trasformare la rivoluzione proletaria in un cambiamento di ministero, a beneficio della piccola borghesia. Come organizzare il colpo di Stato? Tale era il problema nel 1919 e nel 1920, non soltanto in Italia, ma in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale.

Le idee di Trotzki, su questo punto, sono molto nette. La tattica insurrezionale non dipende, per Trotzki, dalle condizioni generali del paese, e dall’esistenza di una situazione rivoluzionaria favorevole all’insurrezione. La Russia di Kerenski non presenta, all’applicazione della tattica dell’ottobre 1917, minori difficoltà dell’Olanda o della Svizzera.

Le quattro circostanze specifiche, enunciate da Lenin in La malattia infantile del comunismo (e cioè la possibilità di associare la rivoluzione bolscevica alla liquidazione di una guerra imperialista; la possibilità di approfittare per qualche tempo della guerra tra due gruppi di potenze, che altrimenti si sarebbero unite per combattere la rivoluzione bolscevica; la possibilità di sostenere una guerra civile relativamente lunga, sia per la immensità della Russia, sia per il cattivo stato delle vie di comunicazione; l’esistenza di un movimento rivoluzionario borghese-democratico in seno alla massa dei contadini), circostanze che caratterizzavano la situazione in Russia nel 1917, non sono indispensabili alla riuscita di un colpo di Stato comunista.

Se da quelle stesse circostanze, da quelle stesse condizioni, dalle quali dipendono la strategia di Lenin e la rivoluzione proletaria nei paesi dell’Europa occidentale, dipendesse anche la tattica dell’insurrezione bolscevica, non esisterebbe attualmente un pericolo comunista in ogni paese d’Europa.

Lenin, nella sua concezione strategica, non aveva il senso della realtà: mancava di precisione e di misura. Egli concepiva la strategia rivoluzionaria alla maniera di Clausewitz: piuttosto come una specie di filosofia che come un’arte, come una scienza. Dopo la morte di Lenin, si è trovata, fra i suoi livres de chevet, l’opera fondamentale di Clausewitz, Della guerra, annotata di suo pugno: da quelle note, e dalle osservazioni in margine alla Guerra civile in Francia di Marx, si può giudicare quanto fosse fondata la diffidenza di Trotzki per il genio strategico di Lenin.

Non  si riesce a comprendere per qual ragione, se non è per combattere il trotzkismo, si attribuisca ufficialmente, in Russia, tanta importanza alla strategia rivoluzionaria di Lenin. Per la sua posizione storica nella rivoluzione, Lenin non ha bisogno di essere considerato un grande stratega.

Alla vigilia dell’insurrezione d’Ottobre, Lenin è ottimista e impaziente. L’elezione di Trotzki alla Presidenza del Soviet di Pietrogrado e del comitato militare rivoluzionario, e la conquista della maggioranza nel Soviet di Mosca, lo hanno finalmente rassicurato sulla questione della maggioranza nei Soviet, che non ha cessato di preoccuparlo fin dalle giornate di luglio. Gli resta tuttavia qualche preoccupazione circa il secondo Congresso dei Soviet, che si deve riunire alla fine di ottobre.«Non è necessario che noi abbiamo la maggioranza nel Congresso» dice Trotzki «non è quella maggioranza che dovrà impadronirsi del potere». In fondo, Trotzki non ha torto. «Sarebbe ingenuo» approva Lenin «aspettare di avere la maggioranza formale».

Egli vorrebbe sollevare le masse contro il governo di Kerenski, sommergere la Russia sotto la marea proletaria dare il segnale dell’insurrezione a tutto il popolo della Russia, presentarsi al Congresso dei Soviet. forzare la mano a Dan e a Skobelew, i due capi della maggioranza menscevica, proclamare la caduta del governo di Kerenski e l’avvento della dittatura del proletariato. Egli non concepisce una tattica insurrezionale: non concepisce che una strategia rivoluzionaria.

«Benissimo» dice Trotzki «ma prima di tutto bisogna occupare la città, impadronirsi dei punti strategici, rovesciare il governo. Occorre, per questo, organizzare la insurrezione, formare e addestrare una truppa d’assalto. Non molta gente: le masse non ci servono a nulla; una piccola truppa ci basta».

Ma Lenin non vuole che si possa accusare di blanquismo l’insurrezione bolscevica: «l’insurrezione» dice «deve appoggiarsi non su un complotto, su un partito, ma sulla classe avanzata. Ecco il primo punto. L’insurrezione deve appoggiarsi sulla spinta rivoluzionaria di tutto il popolo. È questo il secondo punto. L’insurrezione deve scoppiare all’apogeo della rivoluzione ascendente. Ecco il terzo punto. È per queste tre condizioni che il marxismo si distingue dal blanquismo».

«Benissimo» dice Trotzki «ma tutto il popolo è troppo, per l’insurrezione. Ci occorre una piccola truppa, fredda e violenta, addestrata alla tattica insurrezionale».

Trotzki, forse, non ha torto. «Noi dobbiamo» mette Lenin «lanciare tutta la nostra frazione delle officine e nelle caserme: il suo posto è là, è là il nodo vitale, la salute ella rivoluzione. Là, con discorsi ardenti, infiammanti, noi dobbiamo sviluppare e spiegare il nostro programma, e porre così la questione: o l’accettazione completa di questo programma o l’insurrezione».

«Benissimo» dice Trotzki «ma se le masse accettano il nostro programma, bisognerà lo stesso organizzare l’insurrezione. Dalle officine e dalle caserme bisognerà tirare fuori degli elementi sicuri e pronti a tutto. Non è la massa degli operai, dei disertori, dei fuggiaschi, che ci occorre: è una truppa d’assalto».

«Per trattare l’isurrezione da marxisti, cioè come un’arte» approva Lenin «noi dobbiamo al tempo stesso, senza perdere un minuto, organizzare lo stato maggiore delle truppe, lanciare i reggimenti fedeli sui punti più importanti, circondare il teatro Alexandra, occupare la fortezza Pietro e Paolo, arrestare il Grande Stato Maggiore e il governo, inviar contro gli allievi ufficiali e contro i cosacchi della Divisione selvaggia dei distaccamenti provati a sacrificarsi fino all’ultimo uomo piuttosto che lasciar penetrare il nemico nel centro della città. Noi dobbiamo mobilitare gli operai armati, chiamarli alla battaglia suprema, occupare simultaneamente le centrali telegrafiche e telefoniche, installare il nostro stato maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarlo per telefono a tutte e officine, a tutti i reggimenti, a tutti i punti dove si svolge la lotta armata.»

«Benissimo» dice Trotzki «ma…»

«Tutto ciò» ammette Lenin «non è che approssimativo, ma ho tenuto a provare che al momento attuale non si potrebbe restare fedeli al marxismo, alla rivoluzione, senza trattare l’insurrezione come un’arte. Voi conoscete le regole principali che Marx ha dato di quest’arte. Applicate all’attuale situazione della russia, queste regole significano: offensiva simultanea, la più improvvisa e la più rapida possibile, su Pietrogrado, dal difuori e dal didentro, dai quartieri operai e dalla Finlandia, da Real e da Cronstand, offensiva di tutta la flotta, concentrazione di forze sorpassanti considerevolmente i 20.000 uomini, tra allievi ufficiali e cosacchi, di cui dispone il governo. Combinare le nostre tre forze principali, la flotta, concentrazione di forze sorpassanti considerevolmente i 20.000 uomini, tra allievi ufficiali e cosacchi, di cui dispone il governo. Combinare le nostre tre forze principali, la flotta, gli operai e le unità militari, per occupare in primo luogo e conservare a qualunque conto il telefono, il telegrafo, le stazioni, i ponti. Selezionare gli elementi più risoluti dei nostri gruppi d’assalto, degli operai e dei marinai e costituire dei distaccamenti, incaricati d’occupare tutti i punti più importanti e di partecipare a tutte le operazioni decisive. Formare anche delle squadre composte d’operai che, armati di fucili e di granate a mano, marceranno sulle posizioni del nemico, scuole d’allievi ufficiali, centrali telefoniche e telegrafiche, e le circonderanno. Il trionfo della rivoluzione russa e, nello stesso tempo, della rivoluzione mondiale, dipende da due o tre giorni di lotta».

«Tutto ciò è molto giusto» dice Trotzki «ma è troppo complicato. È un piano troppo vasto, una strategia che abbraccia troppo territorio e troppa gente. Per riuscire, non bisogna né diffidare delle circostanze sfavorevoli, né fidarsi delle circostanze favorevoli. Bisogna tenersi sulla tattica, agire con poca gente su un terreno limitato, concentrare gli sforzi sugli obbiettivi principali, colpire diritto e duro senza far rumore. L’insurrezione è una macchina da non far rumore. La vostra strategia ha bisogno di troppe circostanze favorevoli: l’insurrezione non ha bisogno di nulla, basta a se stessa».

«La vostra tattica è molto semplice» dice Lenin «non ha che una regola: riuscire. Non siete voi che preferite Napoleone a Kerenski?»

Le parole che ho messo in bocca a Lenin non sono arbitrarie: si ritrovano integralmente nelle lettere che egli indirizzava, nell’ottobre del 1917, al Comitato Centrale del Partito Bolscevico. Coloro che conoscono tutti gli scritti di Lenin, specialmente le osservazioni sulla tecnica insurrezionale delle giornate di dicembre, a Mosca, durante la rivoluzione del 1905, saranno assai soppressi dell’ingenuità delle idee di Lenin sulla tattica e sulla tecnica dell’insurrezione alla vigilia d’ottobre 1917.

Bisogna tuttavia riconoscere che egli era stato il solo, insieme con Trotzki, dopo lo scacco del tentativo di luglio, a non perdere di vista l’obiettivo principale della strategia rivoluzionaria il colpo di Stato. Dopo qualche esitazione (in luglio il Partito bolscevico non aveva che un obiettivo di natura parlamentare: la conquista della maggioranza nei Soviet), l’idea dell’insurrezione era divenuta, come ha detto Lunatciarski, il motore di tutta la sua attività. Ma durante il suo forzato soggiorno in Finlandia, dove si era rifugiato dopo le giornate di luglio per non cadere nelle mani di Kerenski, la sua attività non consisteva che nella preparazione teorica dell’insurrezione.

Non si può spiegare altrimenti l’ingenutià del suo progetto di un’offensiva militare su Pietrogrado, appoggiata dall’azione delle guardie rosse nell’interno della città. L’offensiva si sarebbe risolta in un disastro: il fallimento della strategia di Lenin avrebbe portato al fallimento della tattica insurrezionale, al massacro elle guardie rosse nelle strade di Pietrogrado.

Obbligato a seguire gli avvenimenti da lontano, Lenin non poteva vedere tutti i dettagli della situazione: ma vedeva le grandi idee della rivoluzione assai più chiaramente di certi membri del Comitato Centrale del partito, contrari all’insurrezione immediata. «Aspettare è un delitto» scriveva Lenin ai Comitati bolscevichi di Pietrogrado e di Mosca. Sebbene nella riunione del 10 ottobre, alla quale aveva partecipato anche Lenin, tornato dalla Finlandia, il Comitato centrale avesse approvato all’unanimità, meno due voti, quelli di Kamenew e di Zinoview, la risoluzione insurrezionale, una sorda opposizione persisteva in alcuni membri del Comitato.

Kamanew e Zinoview erano i soli che si fossero dichiarati apertamente contro l’insurrezione immediata: ma le loro critiche erano divise in segreto da molti altri. L’ostilità di coloro che disapprovavano segretamente la decisione di Lenin si appuntava sopra tutto contro Trotzki, «l’antipatico Trotzki» nuova recluta del Partito bolscevico, di cui il coraggio orgoglioso cominciava a destare qualche gelosa preoccupazione nella vecchia guardia leninista.

Lenin si teneva nascosto in quei giorni in un sobborgo di Pietrogrado e, senza perdere di vista la situazione politica generale, sorvegliava attentamente le manovre degli avversari di Trotzki. Qualunque esitazione, in quel momento sarebbe stata fatale alla rivoluzione. In una lettera indirizzata il 17 ottobre al Comitato Centrale, Lenin si levava con la più grande energia contro le critiche di Kamanew e di Zinoview, i cui argomenti miravano sopratutto a mettere in evidenza gli errori di Trotzki: «senza il concorso delle masse» affermavano «senza l’appoggio di uno sciopero generale, l’insurrezione non sarà che un colpo di forza, destinato a fallire. La tattica di Trotzki non è che del blanquismo. Un partito marxista non può ridurre la questione dell’insurrezione a quella di un complotto militare».

Nella sua lettera del 17 ottobre, Lenin difende la tattica di Trotzki dall’accusa di blanquismo: «un complotto militare è del blanquismo puro, se esso non è organizzato dal partito di una classe determinata, se gli organizzatori non tengono conto del momento politico in generale e della situazione internazionale in particolare. Vi è una grande differenza fra l’arte dell’insurrezione armata e un complotto militare, condannabile da tutti i punti di vista».

Ma la replica di Kamenev e di Zinoview potrebbe essere molto facile: Trotzki non ha sempre affermato che l’insurrezione non deve tener conto della situazione politica ed economica del paese? Non ha sempre dichiarato che lo sciopero generale è uno ei principali elementi della tecnica del colpo di Stato comunista? Come si può contare sull’appoggio dei sindacati, sulla proclamazione dello sciopero generale, se i sindacati non sono con noi, ma con i nostri avversari? Essi favoriranno lo sciopero contro di noi. Non abbiamo neppure un collegamento solido con i ferrovieri. Nel comitato Esecutivo dei ferrovieri, su 40 membri non ci sono che due bolscevichi. È possibile vincere senza l’aiuto dei sindacati, senza l’appoggio dello sciopero generale?

Questa obiezione è grave, Lenin non sa opporle che la sua decisione incrollabile. Ma Trotzki sorride, tranquillo: «L’insurrezione non è un’arte» egli dice «è una macchina. Occorrono dei tecnici per metterla in movimento: nulla potrebbe arrestarla, nemmeno delle obbiezioni. Soltanto dei tecnici potrebbero arrestarla».

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Immagine: Lenin, Kalinin, Trotzki, manifesto dell’epoca.

Curzio Malaparte, “Tecnica del colpo di Stato” (1931), Adelphi, Milano 2011, pp. 123-149 (cap. VIII).

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