Cocktail bulgaro

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Attraversando la mescolanza bulgara: città, treni, ragazze e zingari.  E musica.

 

1. Odi alla Sapienza

«Essa si estende, con potenza, da un capo all’altro del mondo, e con bontà governa ogni cosa. Io l’ho amata e cercata fin dalla mia gioventù e con ogni cura mi sono adoperato per farla mia, innamorato della sua bellezza. Essa manifesta la sua nobiltà, perché vive assieme a Dio, ed è amata dal Signore di tutte le cose. Infatti, possiede i segreti della scienza di Dio, e presiede alle opere di lui.»
(Sapienza, 8, 1-4)

«La odiavano gli arconti, costanti e perseveranti ad eseguire il mistero, e la odiavano anche tutti i custodi che stanno alle porte degli eoni.»
(Pistis Sophia, 30, 6)

 

2. Festa a Sofia

Attraversando la stessa identica piazza
li chiama la voce alla moschea
discutono tra loro in sinagoga
si radunano all’interno della chiesa
ognuno in nome di un diverso unico dio:
da lui separati: separati noi, se esiste
un noi che non sia solo in cammino.
Passa il tram, piove sui templi blasfemi,
la pace del cielo in tristezza si scioglie.

Venerdì, sabato, domenica. Giorni di festa a Sofia.

 

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3. La santa che non c’è

Alle spalle una sinagoga, di fronte la moschea: ambedue si contendono primati; poco oltre, la chiesa ortodossa di San Giorgio, ricavata da un tempio romano. In una entri col capo coperto, in un’altra ti levi le scarpe, nell’altra ancora se hai un cappello te lo devi togliere. In una si festeggia il sabato, nell’altra il venerdì, nell’altra ancora la domenica. Nel mondo laico sembra legittimo astenersi dal lavoro pure il lunedì mattina e il giovedì pomeriggio. Dio forse è lo stesso, tanti i riti che lo celebrano, anche nel riposo. Sarà perché è un Signore?

Dalle fonti termali di epoca romana zampilla acqua calda, in molti si riforniscono con vari recipienti; stanno ristrutturando l’impianto. Sotto la moschea, chioschi con la scritta Coca-Cola vendono prodotti tipici, ottimi anche di prezzo, due Leva – tra le duemila lire e un euro. Davanti vi troneggia un mercato coperto sovietico piuttosto ben fornito. Al centro di questa mescolanza, in una terra di nessuno tra socialismo e barbarie, oltre le contese delle fedi irriducibili, aldilà dei conflitti tra globale e locale, c’è, uguale per tutti, un bar.

Seduto ad un tavolo, vedo passare i tram per la stazione. Anche oggi piove, non sempre, a tratti. Nel mentre ne vedo la statua, ricordo che nessuna santa mai si chiamò con il nome di questa città: eppure, è la presenza di quel nome a legare insieme questo cielo e questa terra.

 

4. Infinito e presente

Poco lontano, una vecchia fabbrica di armi che sembra aver perso l’ultima battaglia. Puliti i fiumi attraversati. Sono da qualche parte in Tracia, regione dell’Europa estrema tra Bulgaria e Turchia. In bulgaro, l’infinito presente si esprime come la prima persona dell’indicativo presente: “andare” è “io vado”. Da qualche parte Derrida segnala che tra essere e divenire, vivere e morire, è l’andare. Andare, così come si va.

Il treno, che normalmente viaggia disinvoltamente con le porte aperte, è però fermo da un po’, e non si sa perché. Al controllo dei titoli di viaggio c’è mancato poco che zelantissimi agenti  tirassero fuori un mitra perché stavo nel corridoio invece che nel posto corrispondente al numero segnato sul biglietto. Il bigliettaio chiede supplementi in Levova, non è chiaro perché. Qual è il posto di ogni cosa?

Nelle presenze che affollano queste carrozze, in questo uomo magro e in questa donna grassa, uno con la cravatta inforforata, l’altra divorante una specie di maritozzo, vedo l’ossessione del denaro togliere decoro ai poveri e dignità ai ricchi. Se il comunismo ha perso, il capitalismo non ha vinto. Un muggito arriva chiaro e netto dalla valle. C’è uno strano contrasto tra il silenzio del mattino e l’innaturale immobilità del treno.

 

5. Paracadutandosi senza senso

Strane sculture in ascolto. Tramonto nel parco della stazione di Stara Zagora. Suono la tromba. Una musica balcanica spontanea, quanto mi viene dopo un po’ di giorni che gironzolo per la mescolanza bulgara. La città fu costruita dai romani, distrutta dai turchi e ricostruita dai francesi. Tsveta, la bella moretta con cui ho passato la serata di ieri, mi diceva poi, con la sua voce bassa e gentile: «Bulgària is a very beautiful country because you can drink with one Lev» – tra le mille Lire e i cinquanta centesimi di Euro. «Yes, yes» – io rispondevo, nella mia camicia ganza, con la faccia tutta protesa verso il nonsoche. Più di qualcuno mi ha già detto che le bulgare sono le donne più belle del mondo: quasi quasi inizio a crederci. Dopo andremo a vedere quanto resta del più antico forno, nel cuore della città.

Strane figure si avvicinano. Sono un paio. Uno se non fosse zingaro sarebbe un bambino. L’altro sembra il Joker, non quello di Batman ma proprio quello delle carte da gioco, ha un occhio di traverso e ride di continuo, sulla maglietta una scritta, Parachuting Nonsense!, tipo «paracadutandosi senza senso», il «paracadutarsi insensato», roba così insomma… Io ho dei postumi da alcool niente male e tutto questo mi sembra molto adatto: davvero un bel nome, ci si potrebbe fare un qualcosa, tipo un gruppo rock, o quantomeno un disco

Li avevo già notati mentre ero al bar della stazione, a mangiare un panino bulgaro con formaggio e salsa tipo ketchup, che avevo fatto cenno di non volere, ma qui muovere la testa da destra e sinistra vuol dire sì: e quindi vabbè, lo mangio, assaggiamo, non c’è mai ragione per gettare del cibo. Continuo a suonare. Ne arrivano altri due. Uno ha età e sesso imprecisato, le unghie laccate e sbeccate e un ciuffo che svetta poco più su della fronte; l’altro, più grandicello, è tutto intento a farsi di colla da un sacchetto.

L’assoluta singolarità degli zingari porta sempre con sé qualche timore. Anche ora. Comprensibile. Vogliono dimostrare amicizia ma sono invadenti, afferrano le tue cose e stringi inevitabilmente il culo, chiedono soldi come fossero dovuti. Alcuni gesti di quello apparentemente più adulto accennano ad un’offerta di prestazioni sessuali orali, ma non mi sembra per niente il caso di andare a mettere il cazzo nella bocca impastata di solventi di questo rincoglionito. Oppure, magari ha semplicemente fame, già.

L’elemosina rappresenta una specie di mistero. Sul treno una persona con cui stavo parlando mi ha dato dei soldi, sette Leva con San Cirillo stampato sopra elargiti senza che glieli chiedessi. Non perché stessi messo male, almeno credo, spero. Li ho rifiutati, ha insistito: sembrava ne dipendesse della propria salvezza darmeli. Così, in omaggio alle sue credenze, li ho intascati, del resto non li butto via mica. Ora però non so se io devo darne a loro, la cui sussistenza dipende in gran parte dai soldi degli altri. Di fatto, ho poca valuta, anche perché, vero genio dell’economia, sono partito con un bancomat non valido per l’estero. Alcune cose non le sapevo e mi pure sa che qui i misteri sono destinati ad infittirsi. Del resto, si viaggia per imparare, lo dice pure chi non si muove mai, e tutti hanno qualcosa da apprendere da ogni incontro, anche se non è sempre ben chiaro cosa.

Gli zingari vogliono sentirmi suonare, dicono di amarmi: gridano «We  love you», come la canzone dei Rolling Stones, quella satanica coi coretti. Ricordo però che mia madre, e non soltanto lei, disse qualcosa tipo «non devi giocare con gli zingari nel bosco». Mia madre non c’è più, anche De Andrè è morto, i timori di famiglia sono perduti insieme a tante altre cose: tra questi alberi silenziosi, ritrovo nel fondo dei loro occhi qualcosa che sento pure nei miei. Il disagio è un’ombra che cresce. Ed è notte. Vanno via.

Sto aspettando il treno. Mi raggiungono di nuovo. In due continuano ad aspirare dal sacchetto, il più piccolo vuole suonare l’ocarina che porto al collo. Il suono esce con un puzzo di colla. Voglio dire qualche cazzata, e dico quella che mi gira di più per la testa da un po’ di giorni. Dico così quanto è bello vedere tanti popoli diversi in Bulgaria vivere insieme, senza che la guerra li abbia distrutti come avvenuto a pochi chilometri di distanza. L’androgino mi guarda e indica il cielo, dicendo con il suo angliski: «Because God love us. You believe? I think so.»

Non ho risposto. Tiro fuori dalle tasche un San Cirillo tutto rosso. Lui prontamente lo afferra e scappa via attraversando i binari mentre gli dico di dividerlo con gli altri. Vanno tutti via ancora. Con le altre persone se si degnano di uno sguardo è soltanto di reciproco disprezzo. Le stesse persone, nel vedere un italianski che parla l’angliski proprio in Bulgària, o mostrano una buffa eccitazione, oppure gli rode inspiegabilmente il culo. Nessuno sa comunque mai dire niente di quanto possa servirti, le cose devi andare a vederle per conto tuo. Se però è questo a tenere lontano i turisti, a me va bene.

Sono seduto, sto scrivendo. Torna il bambino, mi osserva mentre scrivo. Gli dico di scrivere, potrebbe raccontare tante cose. Mi guarda con gli occhi spiritati e si picchia la mano di taglio sullo stomaco. Gli allungo qualche spicciolo e mi fa capire che non bastano. Tiro fuori un altro Lev. Quello più rincoglionito, sempre attaccato al sacchetto, si avvicina, mostra un’altra banconota, si litigano i soldi. Mi chiede di suonare un’altra volta. Poi si volta, con uno strano «Bye»: quello di chi abbandona ogni cosa senza pensarci troppo.

Riprendo l’ocarina. Mi torna in mente quando la comprai in una Praga d’inverno, sul ponte Carlo, poco dopo la caduta della cortina di ferro, nei giorni in cui si preparava la guerra del Golfo. Quanto fu breve il respiro del nostro ottimismo. Ora le Torri gemelle sono cadute e il Medio oriente è in fiamme. Altre devastazioni trascorreranno di fronte alla nostra ignavia. Nessuno è mai presente, soltanto la distanza ci unisce.

Arriva il treno, continuo a suonare. Mi invitano a salire due allegri viaggiatori. Guarda caso, sono praghesi. Jacob, alto e biondo rasato, nome ebraico e aspetto da nazista buono. Fathi, moro di capelli mori e pizzetto, nome islamico e padre siriano, tipologia dell’arabo superiore. In un vagone pieni di rumeni che ci guardano strambi, ci prepariamo un tè verde agitando una bottiglia. Al ritmo della nostra conversazione il treno procede verso Istanbul.

Agosto 2002. Il disco Parachuting Nonsense! (Setola di Maiale, 2009 – registrazioni del 2002-2003) deve molto a questo viaggio.

Fotografia: “Paracadutisti nonsense” – Stara Zagora, agosto 2002.

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