Brindisi mancati a Berlino

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Le origini Superman, la storia di Metropolis, l’amore perduto di Adolf Hitler. Una separazione sullo scenario di una città separata.

 

In un altro mondo possibile, nel salotto di una casa di Shöneberg, una coppia d’anziani guarda Metropolis. Siamo alle ultime scene. In uno strano connubio di dittatura e rivolta, sindacato e messianismo, Frader, figlio del padrone della città, diventa il mediatore tra macchina e operai e ricompone il cuore di una società spezzata tra braccia e cervello, facendosi interprete delle esigenze di un popolo non diviso in classi.

A lui piace quel film, adora quel finale. Mette indietro per rivederlo. Un’altra volta. Ancora. Gli richiama alcune poesie di Hölderlin che non ha mai smesso d’amare; anche certi megalomani sogni di grandezza, poi ridimensionati. Lei, invece, preferisce altri film: per essere precisi, i propri film; però questo lo apprezza, ma sì dai… Ricorda la prima, quel 10 gennaio, serata noiosa, un altro passo avanti verso il fallimento del cinema tedesco, 5 milioni di marchi e un bel film sprecato. Ad ogni modo, splendida scenografia: proprio come s’immaginava il futuro, allora. Bei tempi. E i loro calici brindano, ai tempi andati e a quelli che restano.

Su un piccolo schermo pixelato, vedo le due Marie scambiarsi di posto, carne e metallo si confondono. Dall’altra parte, in questo nostro mondo impossibile, è come se la vita non ci accogliesse. Anche la morte sembra ormai sdegnarci. E stasera devo andare a Shöneberg. Dovrei. Andare. In un posto. A vedere una persona. A vedere te. Per parlare. Di come le cose potrebbero essere, di come farle andare. Ancora. Come no, certo. Amore mio, io me lo chiedo già da qui… Eppure, nemmeno cerco di orientarmi: ora voglio smarrirmi, fino a perdere tutto.

Questo tempo che fugge piano non mi conduce verso il paradiso perduto dell’infanzia, ma verso il futuro dimenticato degli adulti. In questo libro che per me è come un Virgilio, Peter Szondi afferma di riconoscere tale tensione in Walter Benjamin, che suggerisce di smarrirsi nella città come fosse una foresta, facendosi sorprendere dall’«intreccio di strade e storie che, simili a valli tra montagne, scandiscono il passaggio del tempo». [1]

La Berlino foresta e metropoli nella quale posso perdermi io, nella quale ci siamo perduti io e te, contemporanea a quella che il già sindaco Klaus Vowerreit ha avuto modo di definire «povera ma sexy», è però altra cosa. Una scintillante flânerie suggerisce che, nonostante se ne parli pure troppo, è ancora un luogo-non-comune, pieno d’opportunità e motivi d’interesse, risparmioso e biciclettabile.

Berlino non è soltanto un serbatoio di prodotti artistici e culturali d’ogni tipo, architettura, film, musiche, che si appellano al suo nome; non si risolve neppure in una ricca collezione di testimonianze e di mode, o in un perenne cantiere di progetti e trovate. Sistematica, storia e topografia che la caratterizzano sono anche più stringenti di quelle di altre città, anche perché non è mai soltanto una e, pur se riunita a sé, rimane plurale, inafferrabile. Si può però rischiare di non incontrarla affatto. Così come, e noi lo sappiamo bene, possiamo mancare l’incontro proprio con quanto ci è più prossimo.

Le linee diagonali di Metropolis spezzano il movimento di cui si compone lo spazio: George Grosz traccia il futuro da un passato ancora incompiuto in un quadro del 1917. Cinque anni prima, in un romanzo dallo stesso titolo, Thea Von Harbou descrive la città-macchina che nel 2027 si sarebbe cibata di uomini ridotti a numeri: uomini già prodotti di mutamento e privi di «possibilità di ulteriore perfezionamento». [2] Esattamente un secolo prima dello scenario previsto, Fritz Lang dirige il film, mai definitivo in nessuna delle sue molteplici versioni; il finale originale, mai realizzato, prevedeva la fuga dei protagonisti Frader e Maria su un razzo sollevatosi al di sopra della città devastata. Il libro ha un ultimo capitolo, che il film in nessun modo ha narrato, in cui Joh, lo spietato padrone di Metropolis, incontra la madre e le racconta di aver trovato redenzione dall’avidità nello scoprire il proprio volto su quello degli altri. Potrebbe capitare a chiunque, anche senza aspettare che qualcuno chieda a qualche autorità cosa deve fare.

La protestante Thea Von Harbou aderisce al nazismo, con cui condivide l’idea della superiorità morale della tecnica. Fritz Lang, austriaco e figlio d’ebrei convertiti al cattolicesimo, riceve dal ministro Goebbels l’incarico di dirigere l’industria cinematografica tedesca; tuttavia, temendo una trappola, preferisce dirigersi prima in Francia e poi in America, nella New York che l’aveva ispirato nella definizione della sua Metropolis, mantenendo interesse nell’esprimere la difesa dell’individuo dall’oppressione del sistema. Nel frattempo, in una città che poi prenderà a sua volta il nome di Metropolis, un campione degli oppressi sta quasi per atterrare con un razzo dal pianeta morente Krypton.

Nel 1927, in una Berlino in cui la coscienza di classe è piuttosto vivace, la prima di Metropolis è accolta piuttosto freddamente; due anni dopo, in una New York in preda alla depressione non soltanto economica, si rifugia Marlene Dietrich, l’attrice che per prima indossò i pantaloni, appassionatamente corteggiata da Adolf Hitler. Questi nel 1933, pur se privo di cittadinanza tedesca, ascende a cancelliere della repubblica; nello stesso anno, Thea Von Harbou e Fritz Lang divorziano, e Benjamin scrive della sua infanzia berlinese. Nel frattempo, sta prendendo forma l’alieno di Krypton, che sarà puntualmente denunciato dal ministro della propaganda nazista Goebbels quale ebreo; di fatto, lo sono gli autori Siegel e Susher e lo è anche il suo nome originale: Kal-El, Voce del Cielo.

Io invece ora devo andare a Schöneberg a vedere te, che ieri sei andata via e oggi mi cerchi. E non mi va. Proprio no.

Guardo la mappa della metropolitana, il video di Metropolis con le musiche di Moroder. Divago pensando a quell’alieno un po’ imbranato che, seppur dotato di poteri quasi illimitati e invincibilmente dedito ad una battaglia personale a favore della collettività, è il Clark Kent in me, il volto umano dell’ebreo di Krypton, reporter di un mondo terrorizzato dal proprio stesso furore. Sfoglio sul tablet le sue prime avventure e, per meglio sfuggire ad un presente già piuttosto assente, mi immagino nell’America degli anni Trenta, in pieno New Deal, a detta di alcuni così simili a questo nostro mondo in perenne crisi.

Il crollo della borsa già c’è stato e sappiamo la storia; per interesse del presidente Roosevelt procedono gli aiuti all’agricoltura, aumenta il potere d’acquisto dei cittadini, sono riconosciute le mediazioni sindacali, si stabilisce l’intervento dello stato nell’economia per arginare il surplus dei prodotti e proteggere i risparmi dalla speculazione finanziaria. [3] Perché no, ci sto. Così, ora questo tizio con il costume rosso e azzurro sono io. Salvo un innocente dalla condanna a morte, difendo una donna picchiata dal marito, sfascio la macchina a dei bulli che fanno i fessi con quella stronza tanto attraente di Lois Lane, spavento a morte un lobbista degli armamenti interessato a far passare una legge che favorirebbe la guerra al fianco dei nazisti. Non serve nemmeno volare: la voce del cielo è dove ascolti. [4]

Le primissime storie dell’uomo d’acciaio sono ancora fresche e godibili, lontane dallo stereotipo filo-capitalista che prevarrà in seguito, attualmente destituito a favore di un recupero della dimensione dell’antieroe. Il personaggio matura nel limbo degli inediti dal 1931 al 1938. Il primo Super-man, pubblicato sulla fanzine Science Fiction, è un criminale. Nel 1934 è riproposto come eroe con il costume poi tipico, ma incontra il disinteresse dei quotidiani. Il personaggio conosce il suo esordio soltanto dopo che i suoi autori lavorano da due anni alla National Comics. Insomma: il Superman che tutti conoscono sarebbe potuto non esistere, perduto come il suo pianeta Krypton.

L’ispirazione del personaggio viene dal filosofo americano Emerson, che influenza lo stesso Übermensch di Nietzsche, per il quale l’uomo è «fiume immondo» e deve quindi essere superato. [5] Emerson, esponente di un anticonformismo affermativo e intramondano, sviluppa un pensiero tra panteismo, criticismo ed esistenzialismo, elaborando un’etica individualista e antidogmatica rispettosa d’ogni forma di vita. La forza della Overs-souls, per cui «la fede che riposa sopra un’autorità non è una fede» [6)] e «nessuna legge può essere sacra per me se non quella della mia natura» [7], vigila e interviene su ogni realtà umana, accettandola e trasformandola. Johan Huizinga elogia l’deale eroico di Emerson «colto, ottimistico, elegante, che si appaia molto bene ai concetti di progresso e umanità» [8].

Buffo che sia un alieno a raccogliere tale eredità, ma gli umani, si sa, dove non sono miserabili, come afferma Nietzsche, sono distratti e, annota Roosevelt, perennemente in preda a «scarso rigore, etica scadente, egoismo diffuso». Tuttavia, strana la storia, il presidente oggi ricordato come oppositore di Hitler è all’epoca accusato di deriva autoritaria e di abuso della propaganda di massa. Infatti, l’ostentazione del carattere simbolico delle opere pubbliche e l’esaltazione dell’autorità statale per salvaguardare la stabilità sono elementi da qualcuno visti come affini a quelli dei totalitarismi europei. [9] Poi, la guerra contrappone posizioni e caratteri. Oggi, un’altra crisi attraversa i continenti e confonde di nuovo schieramenti e figure.

Guardo il cielo e mi sembra grigio e muto, come sempre. Nessuna macchia azzurra e rossa: non fa niente, sono qua io. Ancora non so volare, ma so dell’esistenza di mondi possibili che possono tra loro differire anche soltanto per un brindisi mancato.

So che in una realtà diversa, possibile in quanto possibile, nella sua casa natale completamente ristrutturata, Frau Marlen Dietrich non ha rimpianto alcuno se davvero ha permesso che la guerra fosse evitata. La vecchia Berlino è ancora in piedi e piena d’ebrei. Nessun Muro l’ha mai attraversata. L’Europa è salva. Il suo dolce marito, Herr Adolf Hitler, ha anche tagliato quei ridicoli baffetti e, dopo aver lasciato quel partito di falliti, ha ripreso a dipingere, senza troppe pretese, ma con delicatezza. Ogni anno si sente con Franklin, del quale ancora apprezza le idee che gli hanno permesso di realizzare l’unità nazionale in un paese dalle basi così fragili come l’America, al punto di diventarne re. Lei, non recita più, ma tutti i giorni canta, come non ha mai cantato, Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingenstellt e tante altre belle canzoni; vicino ad un uomo così femminile, ha messo in sordina le sue pulsioni saffiche, pur coltivando una ricca collezione di dildo.

In tale mondo, non esisterebbe niente di quanto caratterizza il nostro: nemmeno io e te. Che, inesorabilmente, in questo nostro mondo siamo stati uniti e divisi anche da tutto quanto possa essere accaduto indipendentemente da noi. Conto le fermate della metro che mi separano dal mancare il nostro brindisi. Resto a casa. Noi già non siamo più. E penso a tutto quello che su questo pianeta morente sta ora andando perduto.

 

[1] Walter Benjamin, Berliner Kindheit um Neunzehnhundert, 1933.
[2] Thea Von Harbou, Metropolis, 1917.
[3] Franklin Delano Roosevelt, Nomination Adress, 02.07.1932.
[4] Jerry Siegel – Joe Shuster, Action Comics, 1938.
[5] Friedrich Nietzsche, Also sprach Zarathustra, 1883-1892.
[6] Ralph Waldo Emerson, Essays I, 1841.
[7] Ralph Waldo Emerson, Society and solitude, 1870.
[8] Johan Huizinga, In de schaduwen van morgen, 1935.
[9] Wolfgang Schivelbusch, Three New Deals, 2006.

Fotografia: Claudio Comandini, “Brindisi mancati” – Berlino, 2006.

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