Berlino dopo l’unione

post-unity

Benjamin: il paesaggio berlinese e l’orologio della storia. Il Muro, Checkpoint Charlie e la Deutsch Bank. Derrida e gli spettri. Frattura e unione nei Throbbing Gristle e negli Einstürzende Neubauden, e altre belle canzoni. Appunti di geofilosofia tra Hegel e Kant. Huntington: faglia e civiltà. Naomi Klein: critica delle politiche identitarie. Le Germanie al tempo della divisione: gli asili gratuiti, le case occupate, Bettina Wegner. Derek Jarman: “In the shadow of the sun”. Anni ’80 e dopo: i sogni libertari svenduti al capitalismo. Postdamer platz: la linea di confine di Win Wenders, l’isolamento sociale di Roger Waters. Il Sony Center, la Kaisersaal e le architetture inventate.

 

1. In mezzo a una via

Checkpoint Charlie. Soldati nemici fumano sigarette e ridono insieme sulla linea che definiva il confine tra due mondi oggi riuniti. Su quel punto della Friedrich Straße che al tempo della guerra fredda unico passaggio per i visitatori tra Est e Ovest, Kreuzberg e Mitte tuttora si lambiscono in uno di quegli avvallamenti del paesaggio berlinese che, come suggerì Benjamin in una metropoli allora molto diversa, permettono di «scandire le ore nell’orologio della storia».

I panni degli spettri dei soldati nemici sono indossati da comparse. Immagini ideali di qualcosa che non c’è più, costruite su misura di un presente che fugge di continuo. Sono loro gli attori ideali dell’«adesso» scardinato di cui parla Jacques Derrida, gli spettri perfetti di uno spirito divenuto corpo: ideali e compiuti proprio nella manifesta incapacità di tenere insieme qualcosa. Appostati esternamente al celebrativo Museo del Muro, questi soldati del niente sorvegliano la corrottissima Deutsche Bank. L’istituto, capace di comprare a Gorbaciov i rimasugli del Muro pur senza pagarli, implicato in Germania come altrove in ogni sorta di scandali, è un’autentica autorità nel decidere il debito pubblico, europeo, emblema di una finanza così tossica da avvelenare anche se stessa.

I cimeli della DDR e dell’URSS e i fantasmi della guerra fredda sembrano più vivi di questo presente assente. Si aggira come se fosse vero il capitalismo, molla dell’unificazione di quella Germania che il nazismo portò a dividersi, portando così ad una formazione politica e nazionale del tutto nuova. Questa Germania può però anche sentirsi estranea a quanto invece le dovrebbe essere strutturale, come accadde quanto nel 2008 la crisi finanziaria viene liquidata come “americana”.

Le incongruenze di questa situazione, coperta di pregiudizi su ogni fronte, sono molte: perlopiù, sembra di scivola su quelle buccia di banane che, un tempo introvabili nella DDR, diventarono in qualche modo simbolo dell’unione d’Oriente e dell’Occidente del paese. Lo dimostra in maniera esemplare proprio la contestatissima moneta unica: l’Euro, che doveva contenere la Germania, ne ha invece soddisfatto gli interessi immediati, facendole perdere di vista il quadro continentale: stagnazione del paese e delegittimazione della cornice europea sono i risultati.

In un mondo globalizzato e provinciale, dove dominano nazionalismi prêt-à- porter e internazionalismi liofilizzati che tra polveri e calcinacci di Muro già ridotto a spettro ebbero l’allucinazione del loro trionfo, il vecchio sol dell’avvenire può ancora avere un domani? Il presente sfugge a se stesso: inaccessibile alla parola. La storia è come in sordina: un suono sottile che scava in profondità. Il filosofo americano Francis Fukuyama pretese al tempo che il modello liberale fosse stabile e inaugurasse una dimensione di coesistenza e riconoscimento: credeva di essere in anticipo, ma era già in ritardo, e quando ebbe modo di correggere il proprio fervore, l’informazione non fornì in nessun modo altrettanto spazio.

Decisamente più rockstar pur se complicato, e piuttosto puntuale per quanto intempestivo, il filosofo francese Jacques Derrida rimprovera a Fukuyama di perdersi un un «pensiero della fine da gita domenicale», e di essere ignorante pure di fraintendere Nietzsche, che cita pochissimo pur prendendo da lui l’espressione «ultimo uomo», che nel grande filosofo tedesco si riduceva in definitiva ad un povero pidocchio privo persino del banale desiderio di primeggiare imposto dal mercato. In un mondo che crede di aver esorcizzato il fantasma del comunismo a suo tempo avvistato da Marx, il presente non è affatto contemporaneo a se stesso, l’avvenire sembra perduto in una ferita irredimibile, l’omogeneità è impossibile e la disgiuntura necessaria. Il possibile prevale sul reale, la storia ha infranto la frontiera tra fantasmi ed effettualità, l’impossibile domina al punto di porsi come l’unica realizzazione. Colpire e fuggire come fantasmi: ecco cosa resta da fare.

 

2. Incisi diversi

Tale situazione conosce un precedente piuttosto prestigioso: infatti, Derrida ricorda come il principe Amleto fu costretto a confrontarsi con lo spettro e l’eredità del padre constatando l’essere del mondo “out of joint”. Analizzando l’inciso e le diverse versioni con cui è reso in francese l’essere “fuori sesto” e il “cardine spezzato” nominati dal testo shakespeariano, si nota come l’eccellenza delle traduzioni aggravi e sigilli l’inaccessibilità tra lingue. Cosa lega e divide tra loro, in una stessa lingua quanto in diverse, la frattura e l’unione? E come si traduce quell’andare, su cui tanto insiste il filosofo francese, nei nostri percorsi?

Approfondiamo l’argomento traducendo in un altro registro: andiamo in musica. Nella canzone Nomad (2005), la voce di Lisa Bassenge del gruppo berlinese nu-jazz Micatone canta che qualcuno, spinto dall’esigenza di andare, deve lasciare alle spalle proprio quanto gli somiglia. Sempre in ritardo su noi stessi, raccattiamo le tracce della nostra assenza. Il fantasma è reale, i fatti sono spettri. Andiamo avanti ancora, cercando qualcosa che somigli tanto all’unione, quanto alla frattura, ascoltando due brani industrial: uno in inglese, l’altro in tedesco.

L’unione è il movimento in cui ognuno diviene l’altro e l’altro diventa se stesso, nel rapporto in cui ambedue le parti esprimono completezza e giusta distanza. Debuttando con forme pop, insolite per un gruppo rigorosamente anticommerciale, i Throbbing Gristle in United (1978) ripetono come un mantra che Love is the law, ritornellando in modi intraducibili il punto centrale dell’insegnamento del controverso neognostico Aleister Crowley: «Legge è amore sotto volontà».

In un processo d’alienazione e decondizionamento, i suoni della metropoli diventano spettrografia dell’inconscio. La frammentazione psichica contemporanea è conforme al potere: per quanto possa piacere agli ingenui, ormai non è più tempo di pazzia e libertà, e anche certi separatismi masturbatori non servono a niente. La metà di un uomo è destinata a non incontrare mai la propria parte mancante: con un coro piuttosto atipico per il loro stile, gli Einstürzende Neubauden innalzano l’elegia di Halben Mensch (1983). L’intero è negato, necessario e impossibile l’amore, e questi «mezzi uomini» che «danzano senza scopo nel sole» (Tanzen nutzlos in der Sonne) sono parenti stretti degli «uomini spenti» che nella poesia di Eliot dicono di sé «qui noi giriamo attorno al fico d’india» (Here we go round the prickly pear).

In modi difformi, queste opere «vagano come fantasmi», in loro la genialità agisce e fugge come «cosa spettrale», riportando alla pagina di Derrida. Il nostro andare ci porta poi a altre pagine ancora, in un tradursi inesauribile.

Nelle pagine che compongono le storie di una città, l’insieme è superiore alle parti e la somma inferiore al totale. Nelle pagine di ogni vita, l’identità non è mai uguale a se stessa e l’integralità è sempre da conquistare: una canzone da inventare.

 

3. Geofilosofia di un mondo frammentato

L’insieme è superiore alle parti e la somma inferiore al totale: l’identità non è mai uguale a se stessa. L’intero è la realtà nel suo sviluppo, continuamente indefinita e ogni volta da fare: tale ritornello di pensiero definisce nella dialettica di Hegel la totalità quale storia ed effettualità, e ha come inciso l’identità tra reale e razionale. Oggi tutto questa canzone sembra come risuonare in un karaoke in cui non si applaude mai a chi sa cantare. Il problema è che forse voler determinare il sapere assoluto e l’idea in sé allontana da un presente dal quale la storia sembra essersi ritirata: infatti, nessuna deduzione giustifica qualche princìpio, e la scissione sembra ormai precedere qualsiasi narrazione, la Prussia non esiste più, di certo né stato né mondo sembrano esprimere più nemmeno uno straccio della razionalità da lui così sapientemente articolata quale movimento stesso dell’assoluto.

Andiamo quindi indietro, almeno apparentemente, e torniamo alla considerazione critica di Kant, cultore di geografia e cittadino del mondo, che dalla Prussia orientale delimita puntigliosamente le regioni razionali supponendo che le demarcazioni della ragione e le forme apriori con cui questa conosce siano perenni. L’atto di distinguere e delimitare stabiliscono per Kant la differenza tra il confine (Shrambe), che rinvia oltre se stesso presupponendo omogeneità, e il limite (Krentze), che indica lo spazio di quanto può venir compreso implicando discontinuità. Kant ritaglia il suo pensiero sulla coincidenza di ideali e confini sussistenti tra gli stati sovrani e le culture nazionali e non ha articolato nessuna riflessione sulla storia: tuttavia, la storia non procede in linea retta e a volte quanto viene prima segue le proprie stesse conclusioni.

Un mondo dominato da multinazionali e globalizzazione sembra perlopiù conoscere conclusioni che, per quanto soltanto provvisorie, sono ad ogni modo drastiche. Laddove il confine può essere considerato come faglia tra culture e il limite si concepisce quale cicatrice tra idee, ritroviamo il senso vero della frattura. Con il nome di faglia, lo studioso di geopolitica Samuel Huntington la concepisce quale perenne matrice territoriale, causa di barriere, conflitti, e scontri di civiltà. Tuttavia, la prospettiva potrebbe invertirsi, e così faglie e fratture venir comprese quali mobili possibilità di scambio e integrazione, e porsi quali condizioni di fertili incontri.

In questo mondo, la ragione si è fatta porosa e relativa: ha conquistato nuovi territori pur perdendo alcuni titoli, le stesse forme a priori sono soggette a cambiamento ed evoluzione, nessuna dialettica risolve le opposizioni. Nella nostra esperienza, il senso dell’eterogeneità e della distinzione stabilito dal limite è vanificato dall’esistenza di confini che si spostano di continuo. Laddove deboli menti alla moda si arrendono e credono di darsi un tono glorificando la propria impotenza, l’esigenza più effettiva è quella di perfezionare la considerazione delle condizioni del conoscere. Infatti, anche la conoscenza ha una storia, che si sviluppa nella continua discussione dei propri presupposti, permettendo in tal modo sempre maggiore precisazione nella ricerca dei criteri per i quali assume validità. Infatti, se è impossibile determinare un concetto preciso rispetto alle cose in sé, non possiamo nemmeno fare a meno di cercarlo, e un’apprezzabile approssimazione sul senso del mondo esterno è preferibile alla pretesa di determinarlo in maniera assoluta, laddove per davvero si vuole averlo in cura.

 

4. Muri dopo muri

Tale movimento di pensiero conosce una manifestazione proprio nell’unificazione tedesca, né prevista né voluta, che ha generato effetti spiazzanti. Divenuta ormai incomprensibile per molti occidentali e contrapposta alle volontà delle autorità orientali, si è verificata soprattutto sotto la spinta di eventi esterni ai confini, quali il ridimensionamento dell’impero sovietico voluto dai vertici del Politburo e il mutamento del contesto europeo orientale. Gorbaciov, che deriva molte sue suggestioni dall’eurocomunismo italiano, introduce il sistema di trasparenza (glasnost) e riforma (perestrojka) durante il 27° congresso del PCUS del 25 febbraio 1986; l’anno successivo l’ideologo tedesco Kurt Hager si distacca apertamente da tali direttive.

Di fronte agli eventi, la DDR rimane indecisa. Lo testimoniano iniziative piuttosto diverse. A settembre, la SED fa intravedere aperture, sostenendo una marcia per la pace dedicata ad Olof Palme, che si svolge da Ravensbruck al campo di concentramento di Sachsenhausen, riabilitando anche il motto di Isaia «traformiamo le spade in aratri». A novembre, la Stasi irrompe nella Biblioteca per l’Ambiente presso la Zionskirche, arresta i responsabili della rivista Grenzfall e coinvolge anche 200 manifestanti.

Caduto il Muro, unificate le Germanie, nel 1991 il parlamento tedesco vota il proprio trasferimento a Berlino con 337 voti contro 320; le opposizioni denunciano gli alti costi, i rischi di disoccupazione e di crollo delle infrastrutture a Bonn, oltre all’assenza di ragioni effettive per cambiare sede. Il ministro dell’occupazione Norbert Blüm protesta poiché trova il nuovo insediamento rischioso per il federalismo, i valori libertari e una gewachsebe Demokratie (democrazia matura). La liberazione dagli spettri del passato è affrontata nella ricostruzione materiale e simbolica della città. Il maggior sostegno è espresso dai politici dell’Est: vota a favore la PDS, e Konrad Weiß (Bündis90/ Verdi) dichiara che il ruolo di Bonn capitale è defunto, tanto quanto lo stato tedesco orientale. I due stati hanno terminato il loro corso e uniscono le loro separazioni.

L’entusiasmo dimostrato dalla DDR non è ripagato in nessun modo, in quanto l’unione comporta un’adesione al sistema federale privo della possibilità di influire sulla costituzione o di partecipare allo smantellamento della propria stessa industria, il quale viene amministrato dall’Ovest attraverso una fiduciaria. La Treuhand diventa sinonimo di privatizzazione sfrenata: due milioni di posti di lavoro persi, deficit dovuti a cattiva gestione e speculazioni occidentali, che nel 1995 ammontano a 256 miliardi di marchi. La suddivisione dei malridotti gruppi dell’Est in dodicimila aziende private da svendere permette inizialmente buoni exploit, ma alcune ditte tedesche- occidentali si accaparrano le industrie tedesco-orientali per schiacciare la concorrenza potenziale, assicurandosi la maggioranza dei sussidi sugli investimenti.

Dietro un muro, ce ne sono altri. Quello crollato, giustificato dal regime comunista in quanto «d’uso alle frontiere d’ogni stato sovrano», viene sostituito dai muri invisibili delle prassi del liberismo trionfante. Dove la guerra fredda era costituita da due sottosistemi che si alimentavano e divoravano a vicenda, lavorando in competizione reciproca, il crollo di uno radicalizza la crisi dell’altro. E se in Germania la fine dei blocchi ha portato più vantaggi che in altri paesi, la delusione per gli esiti è ancora più forte che altrove: ad Ovest ci si lamenta per i fondi di sussidiarietà, ad Est si rimpiange la solidarietà effettiva. Scarse le tracce del sistema politico, economico ed educativo della DDR adottate nella nuova Germania, mentre l’allargamento dell’Occidente corrisponde all’espropriazione dell’Est. L’amministrazione è occidentale, tanto nelle persone quanto nelle strutture: nel 1991 a Brandeburgo il 52% dei dipendenti di grado superiore proviene dai vecchi Länder e nei ministeri importanti la percentuale sale ancora; nella cancelleria, i Wessis sono il 73%, nel ministero di giustizia il 72% e nelle finanze il 67%. Nei nuovi Länder, e soprattutto a Berlino, i magistrati sono occidentali. Tra i tedeschi dell’Est gira la battuta che deve essere vietato l’accesso ai Renani, mentre una ditta occidentale fabbrica spray anti-Ossis. Contro le umiliazioni della «innere Einheit» (unità interna) svenduta al pensiero unico capitalista, Daniela Dahn riabilita l’esperienza della DDR e le speranze di una «innere Vielfalt» (molteplicità interna) nella quale l’intero paese potrebbe riconoscersi.

Dove a Berlino il mezzogiorno del capitalismo sembra dissolvere le proprie ombre e diffonde la pretesa di colmare le fratture e ricomporre i confini, è proprio l’opposizione interna alla DDR a rappresentare la possibilità inespressa con cui confrontarsi per uscire dalle maglie della crisi europea. Nella metropoli la crescita urbanistica prolifera sporiforme, occupando spazi vuoti e terrain vagues. Scompaiono le esperienze antagoniste dell’Ovest, quali il movimento delle case occupate: la protesta contro le speculazioni edilizie, che aveva portato alla Schwarzer Kanal di Köpenicher Straße e alla grande esperienza di arte e militanza degli Einstürzende Neubauten. Svaniscono gli asili gratuiti per l’infanzia e gli altri vantaggi sociali dell’Est, che avevano condotto diversi intellettuali e artisti a vivere nella Germania comunista; tra questi, i genitori della cantante Bettina Wegner, comunque espulsa ad Ovest già nel 1983: la Germania indivisa di Von Deutschland nach Deuschland (1986), riflesso spezzato di quella riunita e neutrale promossa dalla Nota di Stalin del 1952, sembra davvero un fantasma. Eppure, i fantasmi continua ad aggirarsi.

 

5. Disincontri

Se esiste una socialità, qui forse la puoi ancora incontrare, e ha ancora cuore in una musica non riducibile al mero intrattenimento. E alcune delle situazioni più interessanti riguardano proprio l’Est. Al Kaffe Burger, ex-Russendisko, i praghesi Trabant, oltre ad omaggiare le vecchie carrette rumorose e inquinanti che ora portano a fare i city tour, suonano Lovci Lebek (2004): splendidi cambi di ritmo uniscono musiche popolari e rock in un originale e coinvolgente Acoustic Drum & BRass. Mitte, il centro città ereditato dal socialismo, è coinvolto negli aumenti del settore immobiliare; luoghi privi di coperture finanziarie e colmi di suggestive ragnatele chiudono, sostituiti da anonimi locali dall’intonaco ben steso. Ultima serata di festa di un teatrino yiddish: i viaggiatori musicali Di Grine Kuzine suonano la colonna sonora del Tetris. Il videogioco, nato in Russia nel 1984 e non brevettato, è stato reso immediatamente disponibile per qualunque dispositivo: il brano della band non è mai stato registrato su nessun disco.

L’austero realismo socialista è ancora visibile intorno alla Rosa Luxemburg Platz e al Vollksbühne, il teatro dove nel dopoguerra Brecht diffonde l a Verfremdung e l’impassibile atteggiamento critico che, contro ogni edonismo capitalista, deve coinvolgere tanto l’autore quanto lo spettatore. Divagazioni e scambi di ruoli coinvolgono anche i personaggi, come quando il re Peachum, sfruttatore degli straccioni, medita con la Bibbia in mano sulle contraddizioni della vita: pur vivendo di doni, è impossibilitato a godere della beatitudine del donare.

Oltre a Weil, collabora con Brecht anche Hanns Eisler, allievo di Busoni insieme a Schönberg. I due compagni di corso prendono percorsi diversi: laddove Weil rafforza la propria chiarezza espressiva assumendo elementi leggeri in senso ironico, Eisler critica la dodecafonia quale degenerazione capitalista: la musica ha ruolo sociale, ma sa mantenere la propria autonomia. Eisler Material (2002) ne recupera, omaggia e decostruisce il lavoro per mano del compositore e sociologo Heiner Goebbels, che collabora a lungo con il poeta Heiner Müller. Codici e ambiti espressivi sono attraversati, conferendo senso unitario alla parzialità dei linguaggi e alla frammentazione dell’esperienza.

Eisler è anche autore, su testo del poeta Johannes Becher, dell’inno della DDR Auferstanden aus Ruinen, la cui metrica è intenzionalmente uguale a quella dell’inno della Germania Federale Das Lied der Deutschen; per quanto i testi siano intercambiabili, quello occidentale è privo del dramma e della speranza espresso da quello dell’est. Ambedue poi derivano dall’inno nazionale austroungarico Kaiserhymne, scritto da Haydn nel 1797, dopo caduta dell’impero è assunto nel 1923 dalla repubblica di Weimar. Il richiamarsi dei motivi, il loro risalire ad altro evidenzia i caratteri di pluricentricità tipici della cultura tedesca, e «risalire dalle rovine» ne rappresenta proprio l’aspetto più compiuto; tuttavia, dopo l’unione, l’inno non viene più eseguito.

Il primo giorno del 2006 i Throbbing Gristle, ricostituitisi dopo anni, con Genesis P. Orrige, già famoso per il suo prestigioso piercing del cazzo Prince Albert, ora riunito a sé in versione transgender, suonano al Vollksbühne la colonna sonora di In The Shadow Of The Sun (1980) di Derek Jarman: collage di pittura visiva, ambientalismo, onirismo, ritrattismo intimo, prova di una vitalità queer ancora non travolta dal marketing. Jarman nel 1993 affida il proprio testamento ad uno schermo completamente blu, ibridando protocolli medici, lamenti di moribondo, deliri maniacali; l’assenza d’immagini e l’atonia sensitiva ne rappresentano motivi d’interesse; tuttavia, Blue è un’opera noiosa e sopravvalutata, letterariamente mediocre. In the Shadow of the Sun è invece enorme come un sole che proietta ombre e sfumature cangianti. Nella performance il gruppo, che nel 1981 aveva già realizzato un videoclip con il regista, suona seduto e in diligente ascolto, perpetuando con il violino suonato in orizzontale sul tavolo un sublime massacro di strumenti decontestualizzati.

Niente è mai uguale a se stesso, né i posti, né le persone, né le lotte. Postdamer Platz in Der Himmel über Berlin (1987) di Wim Wenders, rappresenta l’ex desolata linea di confine che l’anziano Omero, accompagnato da un angelo con il codino, non riesce a trovare, pur addormentandosi su un divano posto in mezzo alla sterpaglia al suo esatto centro. Nella città riunita, la stessa piazza diventa nel 1990 lo scenario dove Roger Waters suona The Wall; il muro rappresenta l’isolamento dell’uomo nella società contemporanea, a cui contribuiscono tanto le esperienze personali quanto le istituzioni, e dove ogni tentativo di fuga aggiunge soltanto altri mattoni. L’opera è del 1979: nel vuoto urbanistico della performance assume più il senso di un monito che quello di una celebrazione.

I veri anni ottanta, quelli antagonisti e raramente ricordati, puoi incontrarli a Berlino, e sono ancora “contro”: tuttavia, anche le lotte più belle esauriscono il loro corso, soprattutto laddove il capitalismo s’impossessa dei sogni libertari per farci i soldi. Anche se qualcuno preferisce non accorgersene e tenta di proteggersi da se stesso per continuare sconfiggersi da solo. Le politiche identitarie sono ormai diventate specchio della brandizzazione delle multinazionali: Noemi Klein ha chiarito come il politically correct si è prestato a campagne pubblicitarie e proteste mediatiche del tutto conformi alla logica del marchio e della visibilità.

Ad ogni modo, nessuna diversità può prescindere da generi e tipi, accolti nel loro reciproco differire. Ogni identità favorisce differenze, colori e sfumature inafferrabili e decisive. Hegel può ancora ricordare come l’esperienza della scissione e della decisione a cui ogni esistenza storica è sottoposta non permette rifugi, e piuttosto richiede movimento, creando e dissolvendo così di continuo forme, lasciando quanto è scisso alla propria autoreferenza. Nella considerazione politica, giuridica e sociale, nessuna persona è mai riducibile al genere, né per natura né per cultura. E laddove certamente l’omosessualità rappresenta un fatto da accettare e da non discriminare, non comporta automaticamente qualche magica liberazione, e come ormai è evidente le politiche di pura rivendicazione rinchiudono in cortili di sterilità e portano a sottomettersi alla logica del profitto, laddove farne una questione di diritto e pretendere di legiferare sulle pulsioni aumenta oppressioni e confusioni. Con buona pace dei già datati aneliti sovversivi di Judith Butler, legittimare teoricamente l’immediatezza sensibile costituisce il contrario dell’esperienza, cercare di normativizzare la denaturalizzazione del genere rappresenta soltanto l’ennesima violenza linguistica.

Piuttosto, va compreso dove hanno effettivamente inciso i cambiamenti degli ultimi decenni, che hanno profondamente cambiato di segno le lotte di ieri. Infatti, come nota Slavoj Žižek, laddove il capitalismo ha sostituito l’eterosessualità normativa con una proliferazione di identità instabili, e la bioingegneria permette di riplasmare corpi e generi, e la stessa riproduzione della vita, rendendo così la natura costitutivamente fragile, non soltanto la lotta per i diritti gay diventa uno strumento di conservazione del potere, ma eredita la pretesa nazista di riplasmare la natura umana in base ad una supernatura.

Così, polemiche e contraddizioni interne al movimento LGBTIQ portano a sfilare il 21 giugno 2014 due cortei distinti, eppure dal nome quasi identico (CSD Berlin, CSD Berlin 2014), entrambi intenzionati ad accampare un carattere più politico e meno commercializzato. L’aprile precedente era arrivata la notizia dell’istituzione del primo cimitero al mondo per sole lesbiche: ottanta loculi in 400 metri quadrati a Prenzlauer Berg da recuperare da uno stato di abbandono. Spiega la portavoce della fondazione finanziatrice SAPPhO: «Viviamo con le donne e vogliamo anche essere sepolte vicino a loro». Il progetto è piaciuto alla comunità gay e Anja Kofbinger (Verdi) ha candidamente definito l’idea «romantica»; da parte sua, Stefan Evers (CDU) ha trovato parole che possono far riflettere anche chi non è mai stato demoluterano: «Questa non è l’idea che ho di tolleranza e integrazione. Chi si considera parte di una società, dovrebbe cercare di non isolarsi neppure nella morte». Il separatismo di un cimitero di genere estremizza il politically correct e contesta l’inevitabile livellamento del morire, riempie il vuoto che provoca e poi lo svuota. Eppure, nonostante tutti questi sforzi, il risultato non cambia.

L’horror vacui capitalista prolifera in ogni spazio pulsante d’affari e si materializza in pieno proprio a Postdamer Platz, affollata dagli scintillanti palazzi delle grandi compagnie internazionali. Negli anni trenta del novecento ci passavano 80 linee di tram. È enorme, sembra piccola. Renzo Piano, che ha vinto il concorso per la progettazione urbanistica dell’area, ha realizzato 8 dei 19 edifici previsti, commissionando i rimanenti 11 ad altri architetti. Il vuoto che lo precede è assunto in pieno: nella piazza, diventata «luogo di sofferenza pieno soltanto di fantasmi, non sono stati gli antichi edifici a parlare, ma le loro ombre. Condizione affascinante e drammatica, perché mancavano le linee del passato, guida e disciplina essenziali per fare buona architettura».

In tale sospensione dal passato non prevale comunque il grattacielo d’impostazione americana e tra le realizzazioni spicca, affilata e presene, la torre della Daimler-Benz, che con i suoi 60 metri e 80 piani realizza un concetto di leggerezza e trasparenza attraverso un angolo acuto e facciate completamente in vetro, in alcuni punti coperte di sottili lamelle in terracotta, che rimandano ai colori del centro della città e in contrasto con i palazzi del Sony Center limitrofo. E sotto l’acciaio e il vetro del Sony Center una fontana cambia continuamente la direzione degli spruzzi, accennando ad un nuovo pianeta capace di conservare incastonato in sé un frammento del nostro. Questo frammento è la Kaisersaal, originariamente parte del Grand Hotel Esplanade, quasi completamente distrutto dalla II Guerra Mondiale. Tuttavia, la realtà è sempre altrove, questo è sempre il suo spettro: nella sontuosa sala da pranzo il Kaiser non c’è mai stato, così come di tutti i soldi delle grandi compagnie alla città non arriva quasi nulla. Un altro architetto che ha fortemente caratterizzato la città dice che questa è «un’accozzaglia di edifici privi di spirito»: Daniel Libeskind critica «l’amnesia generale della progettazione, la distruzione deliberata della storia, combinata con il rifiuto di un’architettura creativa».

Dopo l’unità, questo è quel che resta, lasciando spazio ad altre discontinuità.

Riferimenti (in ordine di apparizione):

Walter Benjamin, Berliner Kindheit um Neunzehnhundert, 1933.

Anarchismo Comidad, Quanto a crimini la Deutsch Bank non si fa mancare niente, 2011.

Michale Stürmer, La Germania unita non sa ancora chi è e cosa vuole, 2009.

Lucio Caracciolo, Berlino 1989. Cos’è rimasto di quel muro, 2014.

Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992.

Jacques Derrida, Spectres de Marx, 1993.

Aleister Crowley, Magick in Theory and Pratice, 1929.

Thomas S. Eliot, Hollow men, 1925.

George W. F. Hegel, Grundlinien der Philosophie des Rechts, 1820.

Immanuel Kant, Prolegomena zu einer jeden kunftigen Metaphysik, 1783.

Samuel Huntington, The Clash of Civilizations, 1996.

Kurt Hager, Interwiev, «Der Stern» 27.04.1987.

Daniela Dahn, Vertreibung ins Paradies, 1998.

Bertold Brecht, Fünf Schwuerigkeiten bein Schreiben der Wahreit, 1943; Die Dreigroschenoper, 1928.

Noemi Klein, No logo, 2000.

Judith Butler, Gender Trouble, 1990-1999.

Slavoj Žižek, In Defense of the Lost Causes, 2008.

Stefano Bucci, Metropoli multipla, il laboratorio della nuova Berlino, 2014.

Fotografia: Claudio Comandini, “Dopo l’unità” – Berlino, gennaio 2006

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